Matteo Renzi nel tentativo, certamente non facile, di salvare questo paese ha pensato bene di individuare alcuni settori dello Stato e delle istituzioni che più o meglio di altri debbono contribuire a questa “operazione salvezza”.Nel caso della Rai, costretta a risparmiare 150 milioni di euro per il 2014, la chiamata in causa appare più simbolica che finanziaria, quasi come se il premier avesse voluto indicare alla Concessionaria televisiva e a quello che essa rappresenta (“la più importante industria culturale del Paese” ) la necessità di ripensarsi, ristrutturarsi, adeguarsi alle esigenze del terzo millennio e riuscire così a risparmiare (che ovviamente non fa mai male ) e divenire il motore portante di quella industria culturale che è la vera forza del nostro paese nel mondo globalizzato.La Rai che conosciamo è ancora la figlia di un grande passato: azienda di reti, testate e palinsesti più che di piani e investimenti produttivi, azienda che vede la ragione del servizio pubblico nel raggiungere i più sperduti casolari e nel rispettare il pluralismo delle idee più che nel dare una forte connotazione ed identità al prodotto italiano sia esso la fiction , il cinema , il documentario, il cartone o la grande inchiesta giornalistica sia per radicarlo meglio nel nostro territorio che per esportarlo in maniera più ampia possibile.Una azienda che al fondo è rimasta quella che il legislatore pensò e strutturò quasi 40 anni fa.Da allora tutto è cambiato ed è giunto il momento di darle un forte scrollone, non per distruggerla, come sostengono alcuni per i quali ogni modifica dello statu quo è sempre portatore di tragedie, ma per aprirla , seppure con ritardo alle istanze e alle esigenze del mondo globalizzato.La Rai del domani è in prospettiva una azienda che ribalti vecchi schemi e vecchie abitudini, che ripensi la scala delle priorità, che si renda conto che siamo nel 2014 e non più alla soglia degli anni ’70 quando il varo delle Regioni (ahimè….) fece costruire 22 sedi regionali, 4 grandi centri di produzione , 22 tg regionali ecc. ecc.E che in questo schema la strada tracciata da Rai Cinema e Rai Fiction (senza le quali forse il cinema italiano sarebbe già morto da un pezzo e la fiction italiana mai nata……) deve essere perseguita con maggiori investimenti sia economici che professionali, minori paure editoriali e una più ampia capacità di confrontarsi con generi e prodotti anche nuovissimi per linguaggio o tecnologia.La Rai azienda di prodotto che svolga funzioni di volano sull’intero comparto della produzione audio visuale italiana con forza e lungimiranza come la mai troppo citata BBC svolge da tempo.Il che non vuol dire rinnegare il passato, ma adeguare il presente alle nuove esigenze che il tempo ci impone.Per avere finalmente lo sguardo rivolto al futuro e non come tante volte accade nel nostro paese vivere nel rimpianto del “lei non sa chi eravamo”Ed in questa chiave l’invito di Renzi alla Rai a cambiare è un invito a tutta l’industria audiovisuale a darsi da fare per abbandonare vecchi riti, vecchie certezze, antiche e consolidate protezioni e avere il coraggio di affrontare la sfida che tecnologia, globalizzazione e mercati ci richiedono.Senza per questo rinnegare il nostro passato , la nostra storia e le nostre tradizioni.Il riformismo, nato in Inghilterra, sede della BBC, non è forse questo?
Carlo Macchitella


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