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Cinema: 2016 anno della svolta?

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Cinema: 2016 anno della svolta?
È sempre difficile commentare a luglio dei dati che si fermano al 31 dicembre dell'anno prima, specie se ci si occupa di un settore come quello del cinema la cui stagione reddituale rispetto agli incassi sala inizia a settembre e termina a giugno.

Ma i dati forniti da Anica e Mibac pochi giorni or sono sul cinema italiano nel 2015 anche se non contemplano tutto ciò che è accaduto nella prima metà del 2016 (in poche parole i film di Zalone, Genovese e Mainetti solo per fare tre esempi, e ditemi se è poco......) sembrano individuare alcuni trend assai significativi e ormai costanti. Allora.

Un numero eccessivo di film prodotti (182 per la precisione) rispetto alle possibilità di una distribuzione in grado di fornire a tutti una reale visibilità nel mercato e verso il pubblico.

Un costo medio per quasi la metà di questi film che è sotto il milione di euro, un budget quindi molto basso. E c'è da aggiungere che più della metà di questi film ha incassi botteghino non superiori a 100 mila euro, incassi a dire poco sconfortanti che uniti alla rinnovata centralità del finanziamento pubblico, sia diretto che indiretto ( tax credit interno e esterno e premi legati a incasso botteghino) rendono il settore quantomeno economicamente e industrialmente fragile.

Una constatazione quest'ultima che unita al fatto che sembrano scomparire, o quasi, i film non commedie con incassi sui 4/5 milioni, vale a dire incassi medi, evidenzia la realtà di un cinema italiano che va sempre più polarizzandosi tra film di autore estremamente rarefatti  e commedie, le uniche che, anche se con segnali di criticità sempre più evidenti, portano a casa degli incassi "civilizzati".

Se a questo si aggiunge il dato inerente il restringimento della quota di mercato per i film italiani (20 per cento) e la assenza, o quasi di film made in Italy nel prime time delle reti tv pubbliche (33 titoli, ma quasi tutti programmati in estate e prodotti nell'altro secolo....) il panorama che emerge non è certo esaltante.

La speranza di un futuro migliore è da ricercarsi non tanto  nella stagionalità del settore (10/100/1000 Zalone ogni anno.....), ma anche nelle possibilità legate al varo definitivo della legge Franceschini e alla presenza di nuovi player italiani e stranieri interessati a sempre maggiori "sinergie" con il restante mondo dell'audiovisuale. Ed in questa chiave il 2016 sarà un anno centrale per capire quanto sta per accadere.

Tiriamo le somme di una stagione di cinema!

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Tiriamo le somme di una stagione di cinema!
L'arrivo dell'estate, è noto, interrompe la stagione cinematografica in Italia in attesa di Venezia e dell'arrivo di settembre. Un unicum nel panorama del cinema mondiale se si pensa che in tutto il resto del mondo Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia la stagione cinematografica ha sempre la stessa forza e lo stesso richiamo perché quello che l'esercizio programma a luglio ha la stessa forza, almeno sulla carta, di quello che viene programmato a ottobre piuttosto che a marzo.
Questo iato può però permettere di fare il punto sulla stagione cinematografica appena conclusa e una prima riflessione vorrei farla cercando di individuare quali siano stati fra i film italiani quelli che hanno maggiormente impressionato e possono essere indicati come i vincitori della stagione. La prima citazione è ovviamente per Checco Zalone con i suoi 60 milioni incassati con “Quo Vado”, e poi “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese che ha ottenuto un importante successo di botteghino, quasi 20 milioni, e un altrettanto significativo plauso da parte della critica e del David di Donatello come miglior film italiano della stagione. Poi l'esordio assolutamente fantastico per il cinema italiano de “Lo chiamavano Jeeg Robot”; 4 milioni di incasso, un incetta di statuine ai David e critiche entusiastiche da parte della critica. Degno di citazione poi Matteo Rovere e il suo"Veloce come il vento"che ci ha dato una storia italiana girata all'americana e ci ha restituito un grande attore come Stefano Accorsi. Così come non hanno tradito le attese Paolo Virzi con il suo "La pazza gioia" e Rosi con "Fuocoammare " vincitore dell'Orso d'oro e forte esempio di documentaristica sociale. Più complesso il discorso sui "vinti" perché sicuramente alcuni "grandi" hanno deluso (penso a Tornatore o a Verdone) ma se volessi individuare lo sconfitto della stagione indicherei una categoria, quella delle commedie sempre uguali con gli stessi attori, con gli stessi registi le stesse situazioni e battute stantie e finte che hanno contraddistinto quest'anno. Inutile fare titoli o nomi perché sono nel ricordo di tutti, sono state massacrate dalla critica e ignorate dal pubblico.

Commento ai David di Donatello 2016

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Commento ai David di Donatello 2016
Piccole annotazioni a margine a qualche giorno di distanza dalla cerimonia di premiazione del sessantesimo David di Donatello. Prima di tutto il miglior film è risultato essere una commedia, un film commerciale, molto amato dal pubblico - 16 milioni di incasso al botteghino -, ma apprezzato anche dalla critica. Un film che è stato venduto in tutto il mondo nella prospettiva di fare numerosi remake locali e che è comunque un segnale di successo per il cinema italiano. Poi i tantissimi riconoscimenti (regia esordio, attori e attrici) per un film anomalo quale Jeeg Robot che testimonia come un'idea forte sia editorialmente che produttivamente possa portare ad un successo di critica e botteghino. Ancora una annotazione riguardo al trionfo che la giuria del David ha decretato, per tutti gli aspetti tecnici e professionali ivi compresa la regia, al film di Matteo Garrone Il Racconto dei Racconti, che non è stato sicuramente compreso e apprezzato quanto meritasse al momento della uscita sala. Una ultima osservazione. Nel passato le premiazioni del David sono state noiose, lente, talvolta imbarazzanti, per le gaffes o le figuracce dei conduttori molto spesso improvvisati. Stavolta in una cornice moderna e scenograficamente efficace, dove grazie all'impegno e alle competenze Sky tutto sembrava funzionare a perfezione abbiamo assistito non a una mesta cerimonia, ma ad uno spettacolo dove il cinema italiano è stato con equilibrio ricordato, elogiato, celebrato senza mai una punta di imbarazzo o di triste accademia. Speriamo quindi che i segnali di novità registrati in questa sessantesima edizione dei David siano il segnale che qualcosa si sta veramente muovendo di nuovo e di meglio all'interno e intorno al cinema italiano.

Venti anni senza Marcello Mastroianni

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Venti anni senza Marcello Mastroianni
20 anni fa moriva a Parigi dopo una breve, ma inesorabile malattia Marcello Mastroianni. Su di lui sono stati scritti centinaia di libri, di lui rimangono decine e decine di film con le sue interpretazioni forse le più belle del cinema italiano del dopoguerra, di lui si ricordano le tante storie d'amore con donne bellissime e affascinanti, di lui si ricorda che fu l’alter ego di Fellini e il compagno cinematografico di Sofia Loren. Di lui si ricordano il sorriso, la bonomia pigra e accattivante, l'intelligenza lucida e ironica, quegli occhi che trasudavano dolcezza, tenerezza e calore. Di lui ho un piccolo ricordo personale quando, dolcemente seduto su una poltrona da regista in una spiaggia vicino Roma, mi parlava benissimo del suo mestiere e della felicità che aveva di potere essere pagato “e bene” per un lavoro che amava e che al fondo era prima di tutto un gioco ed un divertimento. Di Mastroianni vorrei ricordare infine la cosa più importante: in un Paese che ha avuto molte maschere anche brave che sono state scambiate per attori, non eccellenti, in un paese che ha avuto molti attori vissuti come famosi, ma non bravi come la fama avrebbe imposto, e molte comparse “venduti” come attori Mastroianni è stato l'unico grandissimo attore italiano, dalle mille facce, dalle mille capacità recitative, capace di essere allegro, drammatico, triste, pensieroso, seduttivo, affascinante, riflessivo e, allo stesso tempo, sempre con quel retrogusto di melanconia che solo i grandi possiedono. Sono passati vent'anni da quel grigio giorno di dicembre in cui a Parigi finì la sua vita, rimane il ricordo sempre vivo del più grande attore italiano del dopoguerra.

I David di Donatello 2016

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I David di Donatello 2016

I giurati del David si apprestano a formare in questi giorni la cinquina di nomi da cui poi, al termine di un ulteriore round di votazioni, verranno scelti i vincitori dei David di Donatello 2016. Non sta certo a me in questa sede fare pronostici, previsioni, emettere giudizi o sentenze. Vorrei solamente delineare una speranza per il futuro, non tanto del prestigioso premio che Gianluigi Rondi gestisce da tanti decenni, ma per il cinema italiano stesso. La giuria del David, in questi anni, ha molto spesso premiato film belli, molto amati dalla critica , o da certa parte della critica, premiati a Festival, ma mai, o quasi mai, ha introdotto tra le variabili utili, se non necessarIe, a vincere, il successo al botteghino.Difficile cioè che una commedia o un film comico che abbiano ottenuto dei grandi risultati al box office e al passa parola tra il pubblico, abbiano raggiunto l'onore di alcune statuette. Molte volte si è preferito scegliere la strada sicura e tranquillizzante di premiare ad oltranza la stessa attrice o lo stesso attore, a prescindere dall'effettivo valore della loro interpretazione nel film per cui venivano premiati,  piuttosto che avventurarsi a dare un riconoscimento ad un attore o un'attrice capaci di portare in sala milioni di spettatori. Nell’ anno in cui però un film comico come Quo Vado raggiunge il top degli incassi della storia del cinema italiano ed una commedia come Perfetti Sconosciuti registra, non solo un incasso box office molto alto e il plauso del pubblico, ma anche il consenso quasi unanime della critica nei confronti della sceneggiatura, della regia e degli attori apparirebbe non solo utile, ma forse necessario per il futuro dell'industria del cinema italiano che il David si accorgesse di film come questi. Che  premiasse  non tanto e non solo il valore del film in sé, ma anche il significato che questi film possono avere, hanno avuto e hanno in prospettiva per il mercato, per l'immagine internazionale in termini di vendita , ma soprattutto per rafforzare il rapporto con il pubblico. Che il David cioè non solo e non tanto continui a premiare gli autori, ma che si soffermi anche su quei film che, senza per questo non essere  di buona qualità,  si rivolgono al mercato e al pubblico. Riaffermando la necessità  che il cinema italiano non deve essere solo una sorta di turris eburnea per i soliti autori,  ma anche qualcosa in cui tutti coloro i quali vanno al cinema si possano identificare e possano amarlo.

Recensione - Mrs Bridge - di Evan Connell

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Recensione - Mrs Bridge - di Evan Connell
Tutto nella sua vita è stato deciso dagli altri a cominciare, ovviamente ,  dal nome, un nome quantomeno strano se non imbarazzante,  per la figlia di una famiglia borghese del Kansas nell'America dell'immediato post prima guerra mondiale : India. Anche il marito è stato scelto dalla sorte; la sorte che ti fa incontrare lui e solo lui in quel momento della propria vita quando o ci si sposa o non ci si sposa più. E  così India era diventata la signora Bridge. Perfino le amiche le erano state imposte dal contesto: le vicine di casa, quelle che frequentavano lo stesso club, oppure appartenevano a quel ristretto cerchio di mogli di colleghi del marito.Tutte le volte in cui c'era qualcosa che lei sceglieva in autonomia, per esempio imparare lo spagnolo o andare a lezione di golf,c'era sempre qualcosa di più urgente o importante , e che dipendeva sempre dagli altri, in primis i figli o il marito, che le faceva abbandonare in breve tempo, quel suo desiderio di indipendenza. Questa è la trama, leggera, sottile, quasi inesistente di Mrs Bridge un romanzo americano degli anni 60 firmato da uno scrittore di talento come Evan Connell,  che vuole raccontare la storia di una donna borghese, una persona come tante , non famosa, anzi decisamente sconosciuta al portalettere e che non ha saputo, voluto, creduto, di poter avere una vita propria. Una vita raccontata per episodi brevi, molto spesso marginali per la vita di una persona, talvolta così anonimi da sembrare inesistenti ( lo shopping, l'educazione dei figli, i te con le amiche, i difficili rapporti con le domestiche),ma che soli sembrano potere narrare il grigiore di una quotidianità pervasa dalla sensazione del vuoto. Nella quarta di copertina il redattore di Einaudi ci rimanda a un altro fantastico romanzo che racconta la vita di persone comuni Stoner di John Williams. Un rinvio forse condivisibile solo per l'aspetto che sia Stoner che mrs. Bridge non appartengono alla storia, quella con la esse maiuscola. Vi è, però, una grande differenza. Stoner racconta la vita di un uomo che cerca sempre di affrontare le vicende della propria vita e di fare delle scelte - anche dolorose - in prima persona, mai demandando agli altri il compito di dettare l'agenda della sua vita.Mentre in Mrs Bridge c'è la storia di una donna che non  è  in grado di scegliere da sola mai. Un libro da leggere con piacer e da cui più di 25 anni fa Ivory trasse un bellissimo film il cui titolo Mister e Mrs Bridge ancora oggi  fa venire alla memoria i volti dei due bellissimi protagonisti, marito e moglie nel film e nella vita: Paul Newman e Joanne Woodward.

Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese

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Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese
Paolo Genovese firma quella che è sicuramente  una delle migliori commedie degli ultimi anni: “Perfetti sconosciuti”. Un film baciato dal successo, 7 milioni di incasso circa in poco meno di due settimane, e che basa il suo successo su alcuni elementi indispensabili per avere un grande film: un'idea di partenza ed un soggetto forti ed originali capaci di essere immediatamente recepiti dal pubblico come un qualcosa che lo riguarda direttamente. Un cast di attori tutti bravi e convincenti ottimamente diretti da Genovese e che non fanno rimpiangere, per una volta, la professionalità e il fascino dei grandi attori francesi o americani. Una sceneggiatura e dei dialoghi senza sbavature, attenti, puntuali, incalzanti, pieni di ironia e, quando necessario, anche capaci di fare ridere a scena aperta. E non è un caso che questi ingredienti così rari a trovarsi in una commedia italiana abbiano  suscitato il tam tam di quanti,  andati a vedere il film , hanno pensato bene di consigliarne la visione a conoscenti e amici. “ Perfetti sconosciuti” è dunque  il tipo di film che fa superare la crisi del genere commedia di questi ultimi anni: un genere stravolto e compromesso dalla presenza di un numero eccessivo di prodotti, sempre eguali, poco originali e incapaci di essere veramente specchio dei problemi , delle nevrosi e delle ansie di tutti i giorni. La commedia italiana deve infatti sempre saper coniugare il sapore agro del neorealismo con l'ironia tipica del nostro popolo per  farci sorridere sui nostri difetti, sui nostri tic, sulle nostre furbizie che siamo tante volte portati a sottovalutare se non a dimenticare. Non è un caso che uscendo dalla visione di questo film siano venuti alla mente grandi successi  come “Carnage”  o "La cena dei cretini”. E forse è  questo il complimento migliore da fare a Paolo Genovese e al suo film, concreta dimostrazione che il cinema italiano non ha niente da invidiare a nessuno se riesce, con attenzione e professionalità , a coltivare le sue capacità e le sue intuizioni.

Legge sul Cinema

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Legge sul Cinema

Il Consiglio dei Ministri ha pochi giorni or sono varato il disegno di legge di riforma del cinema e dell'audiovisivo. Dopo molti anni di silenzio e di assenza, durante i quali partiti, governo e parlamento hanno colpevolmente dimenticato i problemi del cinema il Governo è tornato dunque occuparsi di questa materia con un disegno di legge puntuale e completo che dovrà adesso affrontare il dibattito in Parlamento.

Non è questa certo la sede per analizzare a fondo questo ddl , ma alcuni dati possono essere evidenziati in attesa poi di vedere quello che effettivamente uscirà fuori alla fine del lungo iter parlamentare. La prima osservazione è ovviamente come accennato sopra, un’osservazione positiva: finalmente si torna a parlare di cinema. La seconda osservazione anch'essa positiva è che alcune delle misure spot o tampone varate negli anni precedenti, e che hanno dato dei risultati più che positivi - penso al tax credit interno ed esterno -, sono state non solo confermate ma rafforzate. Così come appare decisamente positivo l'investimento di circa 400 milioni previsto per incentivare e sviluppare il settore e la particolare attenzione rivolta , in questa chiave, ai giovani.

Un positivo passo in avanti, poi, il fatto che si affronti non solo il momento produttivo, ma anche quello distributivo e dell'esercizio e si pongano le premesse per un nuovo più compiuto rapporto con il più complessivo mondo dell'audio visuale. Una sorta di avvio di quello che dovrebbe essere il risultato finale di una legislazione attenta, moderna e puntuale che contempli l'intero comparto: cinema, televisione, internet. Ci sono però alcuni aspetti che sanno di antico e di polveroso penso ad esempio all'istituzione del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo che sembra quasi una sorta di Cnel proprio quando questo Istituto viene giustamente eliminato. Così come lascia perplessi l'assenza dell'introduzione delle Tasse di Scopo di cui a lungo si è parlato, anche rifacendosi al modello francese, come una delle possibili fonti di finanziamento del settore.

Chiaroscuri dunque, l'importante però è che dopo molti anni di silenzio e di fermo la macchina ricominci a partire e che questo disegno di legge rappresenti anche il rinnovato interesse di Governo e Parlamento nei confronti di un settore che non può non essere al centro della grande sfida culturale che il Paese deve affrontare.

The Revenant - di Alejandro González Iñárritu

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The Revenant - di Alejandro González Iñárritu
Nonostante la grande messe di Golden Globe e di nomination agli Oscar raccolti, nonostante il successo al box office negli Stati Uniti e in Europa, nonostante le critiche positive, non ho amato The Revenant, l’ultimo film di Inarritu interpretato da Leonardo Di Caprio. Non l’ho amato perché non sono mai riuscito a credere alla storia che veniva raccontata, non l’ho amato perché ho trovato che due ore e mezza per raccontare con il tono del “film verità” una storia sempre uguale, mai credibile, tendenzialmente assurda perché oltre i confini del vero, non siano giustificabili e rappresentino una sorta di sequestro di persona.
Non l’ho amato perché quando si raccontano delle storie che sono al di là della credibilità e della veridicità vi deve essere sempre presente o il filtro sottile dell’ironia o il meccanismo profondo e meraviglioso della magia.
Elementi questi che in questo film Inarritu non riesce né a vedere né tantomeno a utilizzare.

C’è un “ma”, come sempre nella vita, perché se la mia delusione da spettatore è evidente altrettanto evidente è l’ammirazione per la production value di questo film. Una ammirazione per i molti mesi passati in quei territori lontani, scoscesi, al freddo, al gelo, alla neve.  Perché quando si gira in quelle condizioni e si riesce a far fare agli attori quello che è uscito fuori nel film vuol dire che alle spalle c’è una macchina produttiva e organizzativa meravigliosa come solo il cinema americano possiede ed è in grado di utilizzare.
E si capisce allora pensando a questo come Leonardo Di Caprio sia il più autorevole candidato all’Oscar come miglior attore protagonista.
Perché questo ruolo non solo esalta le sue grandi doti attoriali ma anche la sua grande capacità di adeguarsi alle difficoltà produttive mettendo in sintonia con esse il corpo e la recitazione. Ecco la forza del grande cinema americano: perseguire sia la qualità del racconto che i valori produttivi e interpretativi. In questo caso io credo che questi ultimi valori siano stati raggiunti, mentre resto francamente deluso dalla resa della storia e dalla sua regia.

Grazie Checco!

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Grazie Checco!

Parliamo di Fiction

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Parliamo di Fiction

La fiction tv italiana. Elementi di riflessione - parte 1

Curiosando in rete mi sono trovato a postare la seguente voce di ricerca " le migliori fiction tv italiane" e mi sono così imbattuto in una serie di intriganti classifiche stilate da numerosi blog, riviste specializzate, settimanali popolari o di intrattenimento sulle 50/100 fiction tv più amate nel mondo, sulle 10 /15/20 fiction tv italiane più seguite ed amate dal pubblico.
Classifiche redatte in video o in foto o altre ancora semplicemente per scritto. Classifiche discutibili, parziali, compilate da esperti o campioni non ben definiti (ma non è questo peraltro il paese del campione auditel allegramente svelato con tanto di nomi, cognomi e indirizzo?), influenzate dalla forza della contemporaneità e dalla parallela fragilità del ricordo di tempi passati (per cui si privilegiano ovviamente le serie degli ultimi 15/20 anni).
Ma in tutto questo apparente caos l'elemento che colpisce è che i titoli richiamati siano tendenzialmente sempre gli stessi e con marginali cambi di posizione. Mi sono perciò divertito ad intrecciare queste diverse classifiche per stilare un quadro che con un margine di errore marginale fissa "le 15 fiction più amate e viste". Un quadro solamente indicativo, ma che può apparire utile per alcune riflessioni.

Allora:

1)         Romanzo criminale (Sky)
2)         Gomorra (Sky)
3)         La Piovra (Rai)
4)         Distretto di polizia (mediaset)
5)         Montalbano (Rai)
6)         Don Matteo (Rai)
7)         Camera cafe' (mediaset)
8)         Un medico in famiglia (Rai)
9)         I Cesaroni (mediaset)
11)       Braccialetti rossi (rai)
12)       Coliandro (Rai)
13)       Casa Vianello (Mediaset)
14)       Un posto al sole (Rai)
15 )      Elisa di Rivombrosa ( Mediaset)

Una classifica in cui si segnalano alcune assenze o dolorose, almeno per chi scrive, o strane se non addirittura inspiegabili. Mi riferisco ad esempio ad alcune serie che hanno fatto la storia ( e la cultura non solo tv di questo paese) come nella Rai del tremolante bianco e nero Il commissario Maigret con Gino Cervi, il tenente Sheridan con Ubaldo Lay, i grandi sceneggiati tratti dalla migliore letteratura italiana e no e diretti da grandi registi anche cinematografici ( dal “Mulino del Po” ai “Promessi Sposi”, da “La cittadella” a “Una tragedia americana” dal “Marco Polo” a “L'Odissea”, da “Gianburrasca” a “Pinocchio” a “Nero Wolfe”) senza dimenticare “La famiglia Benvenuti” e “Non se ne vogliono andare” o i musical del Quartetto Cetra o del trio Lopez/Marchesini/Solenghi.
E poi in anni più recenti “Il maresciallo Rocca”, “I ragazzi del muretto”, “I ragazzi della terza c”, “Un cane sciolto”, “Incantesimo”, “Squadra antimafia”, “Commesse” e via dicendo.
Quei 15 titoli però, opinabili come tutte le classifiche o le antologie , stanno a significare qualcosa di importante e su cui varrebbe la pena di riflettere nel momento in cui tutti sembrano , almeno a parole, essere al capezzale della fiction tv italiana grande protagonista in termini di ascolti sui teleschermi della nostra tv generalista, ma praticamente assente sui mercati stranieri e ignorata dai palinsesti dei network europei ,oggetto di critiche serrate sui costi ritenuti eccessivi rispetto agli introiti e considerata da pubblico e critica "obsoleta" a causa di una "narrazione" vecchia e incapace di raccontare L'Italia di oggi. Ma vediamo di analizzare brevemente questa classifica. Allora.

A) Ai primi due posti si trovano, non casualmente, le due fiction, targate Sky, più innovative sia in termini produttivi che narrativi della nostra tv. Due serie non a caso vendute in tutto il mondo, con una scrittura moderna e internazionale, che hanno lanciato attori giovani, introdotto una regia con piglio, qualità e ritmo cinematografico che ha innovato il sonnolento mondo della fiction italiana.

B) la prima serie targata Rai presente in classifica, “La piovra”, al terzo posto, risale agli anni 80, anche essa venduta in tutto il mondo e per quegli anni innovativa e capace non tanto di fotografare l'esistente, ma come avrebbe detto il poeta, " prefigurare l'evento con l'agile speme", con una regia e una scrittura "cinematografica" e priva di quel rassicurante e mieloso buonismo che da sempre caratterizzavano e caratterizzano la fiction di viale Mazzini.

C) Delle altre 5 serie Rai da prime time presenti in classifica giova evidenziare che ben due non sono originali, ma trasposizione italiana di format spagnoli. Mentre la prima serie di “Don Matteo” e “Montalbano” e ' stata in entrambi i casi ideata nel secolo scorso... Discorso a parte infine merita “Coliandro”, serie politicamente scorretta targata Rai 2 ben presto divenuta cult e , forse proprio per questi motivi, la sua produzione venne inspiegabilmente e incredibilmente interrotta ......anche se sembra che a gennaio 2016, sei anni dopo la ultima puntata trasmessa, “Coliandro” torni sempre su Rai 2.

D) Anche nel caso delle tre serie Mediaset da prime time presenti in classifica una è la trasposizione italiana di un format spagnolo, mentre il riconoscimento a “Distretto di Polizia” appare legato al primo tentativo, riuscito, di spettacolarizzare il genere giallo per famiglie con una forte dose di action realistico e con storie particolarmente legate a una realtà quotidiana non necessariamente edulcorata. Mentre il successo di “Elisa di Rivombrosa” si lega alla riscoperta di un genere (il cappa e spada) diverso dal solito giallo e in cui sono presenti forti dosi di durezza, sesso e cattiveria elementi questi anomali x una tv generalista italiana, ma ben accolti dal pubblico.


E) Quattro serie, infine, non da prime time. Una di queste, “Casa Vianello”, appare come il giusto riconoscimento a due grandi attori che hanno "fatto" la tv in tutti i possibili generi (dal varietà allo sport alla fiction). “Un posto al sole”, monumento alla serialità' è invece la dimostrazione di come si possa partire da un format (in questo caso australiano) e con il passare dei lustri si possa arrivare ad un prodotto industriale italiano capace da un lato di creare nuovi attori, sceneggiatori e registi di valore e un indotto produttivo importante e dall'altro una affezione fortissima da parte del pubblico. Mentre per Boris, la serie forse più innovativa in termine di linguaggio creata negli ultimi anni ed oggetto di un vero e proprio culto, vale il discorso contrario a quello fatto per “Un posto al sole”. Come cioè il canale, interrompendolo dopo poche stagioni, abbia perso l'occasione di creare non solo l'abitudine a un prodotto inizialmente di elite allargandone il target, ma abbia anche perduto la possibilità di avviare una scuola di scrittori e registi da sit com da sempre assenti in Italia e che sarebbero stati utili anche per altri generi di produzioni tv.

Carlo Macchitella

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Buon Compleanno Rai Cinema!

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Lettera Aperta a Gabriele Muccino

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Carlo Macchitella è stato per trent’anni dirigente in Rai, ha ricoperto la carica di Direttore Generale di Rai Cinema e presidente di 01 Distribuzione alla cui ideazione, progettazione ed organizzazione ha partecipato in prima persona, e’ stato inoltre Consigliere di Amministrazione di Cinecittà e dell’Istituto Luce. Dal 2008 svolge attività di produttore indipendente. Tra i film da lui prodotti ricordiamo “La Pecora Nera” di e con Ascanio Celestini, in concorso al Festival di Venezia 2010, “Passione” di e con John Turturro, evento speciale al Festival di Venezia 2010. Ha svolto importante attività di pubblicista e fra i suoi ultimi libri ricordiamo “Nuovo cinema Italia” e “I mille Volti del Sogno”. [Carlo Macchitella] (http://www.madeleinefilm.com/wp-content/uploads/2013/staff/carlo_macchitella.jpg)