i baffi sempre più bianchi, ma ancora folti.
Appesantito nel fisico, a ricordare che gli anni passano, ma con lo sguardo ancora fiero e forte dove ironia, intelligenza e coraggio continuano a rincorrersi senza tregua. Impettito nell’abito scuro da cerimonia che gli ricordava altre cerimonie e altri momenti magici. Il nobel.
Le elezioni vinte e più in particolare quella a presidente della sua Polonia.
Il confronto sempre duro e serrato con il comunismo sovietico e i suoi rappresentanti in terra di Polonia, in primis l’odiato Jaruselskj il generale sempre con gli occhiali da sole sul naso.
La conquista della libertà.
I tanti incontri con il papa polacco, a roma, come a Cracovia o a Varsavia.
I grandi scioperi indetti e vinti dal suo solidarnosc.
Lech Walesa “un eroe del nostro tempo”.
E rivedendolo in quella piazza, in mezzo a tante bandiere bianco rosse di Polonia è sembrato di assistere ad una sorta di nuovo finale di quel "Walesa, uomo della speranza" diretto da Wajda presentato lo scorso anno a venezia, in questi giorni arrivato sui nostri schermi e che rappresenta l’ultima parte di quella trilogia sulla Polonia negli anni successivi alla seconda guerra mondiale iniziata con "l’uomo di marmo”e proseguita con "l’uomo di ferro”(palma d’oro a Cannes e oscar).
Un film che di Walesa ci dà un ritratto umano forte senza mai scadere nella agiografia o nelle convenzioni narrative tipiche del biopic coniugandolo a un perfetto affresco dell’europa negli anni finali del comunismo.
un uomo semplice, un elettricista come tanti che di fronte alla ingiustizia e alla negazione dei diritti minimi , non solo di quello della libertà, pensa bene , a costo di sacrificare la propria vita privata, di lottare e di cercare di dare al suo popolo la speranza di un mondo migliore.
Un uomo schietto e sanguigno il Walesa di Wajda (un ottimo Robert Wieckiewicz), sostenuto dalla splendida moglie Danuta e dalla numerosa famiglia, tutti diversamente partecipi di cambiamenti di portata mondiale.
quei mutamenti, quelle lotte,quelle battaglie che servono, attraverso un percorso travagliato, a far cambiare la sensibilità collettiva dei popoli e che hanno comunque da sempre bisogno di figure che siano i responsabili primari di tutto ciò.
E Walesa fu di quel percorso che riguardò la Polonia, e non solo, una delle figure di riferimento.
Filo conduttore di questo percorso nel film di Wajda è la lunga intervista rilasciata nel 1983 alla vigilia del ricevimento del nobel ad Oriana Fallaci (una Maria Rosaria Omaggio brava e particolarmente somigliante alla grande giornalista fiorentina) che riesce a sottolineare le luci e le ombre dell’uomo.
Una struttura narrativa,solida, mai didascalica , con un buon ritmo capace di rivolgersi e di interessare anche a quei giovani che non erano nati o erano troppo piccoli ai tempi di solidarnosc, ma per i quali Walesa può e deve essere una figura di riferimento .
Perché anche questo è il compito del cinema. ricordare il passato per migliorare il presente.
Carlo Macchitella


Nessun commento
Posta un commento