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L'estate porta via Ettore Bernabei e Gigi Mattucci

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L'estate porta via Ettore Bernabei e Gigi Mattucci
Nell'estate appena conclusasi due importanti protagonisti della storia della nostra tv se ne sono andati.

Di uno, Ettore Bernabei, DG della Rai per quasi 15 anni, il Reith italiano per la forza, l'intelligenza, la ben definita dimensione politico culturale con cui disegnò il servizio pubblico tv per tutti gli anni di cui ne fu a capo e quelli a venire, molto è stato scritto e detto in termini che, a prescindere da alcuni toni talvolta talmente apologetici che avrebbero disturbato lo stesso Bernabei, bene hanno ricordato "l'uomo di fiducia", come lui stesso si definì, di quel disegno culturale e politico con cui la DC ha costruito l'Italia nel secondo dopoguerra.

Di Gigi Mattucci, invece, poco o niente è stato scritto come se la sua uscita di scena dalle vicende della vita fosse stato un mero, naturale avvenimento di percorso. Invece Gigi Mattucci è stato non solo uno dei più brillanti dirigenti della tv pubblica, della sua e delle successive generazioni, ma anche un intellettuale e un manager culturale che hanno avuto una visione della tv in costante divenire e mai ancorata a schemi rigidi o ideologici e che ha sempre cercato di fare sì che la tv non fosse ne' uno strumento di potere ne' mantenesse uno sguardo di autoconservazione perennemente rivolto al passato.

Mattucci, ingegnere, laureato al Politecnico di Torino, come amava ricordare con un gocciolino di sussiegosa presunzione, assunto in Rai per concorso, lettore attento e profondo di saggistica e letteratura, socialista per convinzione e cultura profonda più che per obblighi di tessera o interessi di collocazione, fu insieme a Fichera e Manca il padre della riforma del 1975, quella riforma che portò nelle buie e grigie stanze della Rai di quel tempo il vento di un mondo esterno pluralista, libero, giocoso, e gioioso, provocatorio, ma anche culturalmente attento e innovatore.

Attento alle trasformazioni strutturali necessarie per fare della Rai una grande azienda al passo con i tempi (e con i conti in ordine), ma anche costantemente deciso a fare sì che le riforme strutturali continuassero a tenere il prodotto al centro degli obiettivi aziendali.

Nella sua esperienza di direttore della sede Rai di Milano cercò, riuscendovi, di dare un senso concreto alla teoria del decentramento di cui negli anni, dopo gli iniziali innamoramenti, tutti o quasi avevano tradito logiche e obiettivi.

E ci piace ricordare come, anche poche settimane prima di morire, ormai da anni lontano dal palazzo di viale Mazzini, continuasse a pensare e a progettare trasmissioni e programmi sempre comunque innovativi e moderni.

Il passato di Derrick

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Il passato di Derrick
Per anni ho avuto l'onore e l'onere di programmarlo, e con grande successo, su Rai2.
Sulla sua figura e su i perché di un successo planetario ho anche scritto un libro che analizzava sceneggiature, moduli produttivi, target di pubblico interessati.
E avevo incontrato più volte il suo conclamato protagonista, un attore nato in teatro e arrivato alla fama grazie a questa serie tv con delle occhiaie profonde, vestiti sempre di una taglia sopra, un algore e una riservatezza imbarazzanti e il fascino , mite e anonimo , di un bancario di Amburgo in vacanza con moglie, figlia, genero e nipoti sul lago di Garda.

L'ispettore Derrick, la serie tv made in Germany di maggiore successo nella storia, una sorta di "categoria del pensiero" per i moduli narrativi e i modelli comportamentali che suscitava e ne decretavano un successo costante e alto in termini di ascolti e di affezione sui pubblici più diversi per target, dislocazione geografica, età , aveva subito un brutto colpo quando, subito dopo la morte, si era venuti a sapere che Horst Tappert, il mitico Derrick, in gioventù era stato non solo nazista, ma addirittura componente di uno dei più feroci battaglioni delle SS.

Ma tant'è Tappert era morto e questa seppure orrenda scoperta non poteva cancellare Derrick e quel suo "non fascino" che continuava a colpire milioni di spettatori.
Poi all'improvviso, la settimana scorsa, a quasi 10 anni dalla morte di Tappert, la Zdf ha annunciato di avere bandito dai suoi palinsesti Derrick a causa "dell'imbarazzante passato del suo attore protagonista".

Una decisione non solo fuori tempo massimo (i 281 episodi della serie sono stati trasmessi a tutte le ore dalla stessa Zdf che della serie era anche coproduttrice e distributrice nel mondo anche in questi ultimi anni successivi alla "scoperta"), ma anche troppo "sopra le righe" per un paese che della denazificazione ha fatto giustamente più un problema di sostanza che di apparenze (oltre ovviamente che di incredibili dimenticanze, un esempio tra i tanti, von Karajan).

Inspiegabile quindi? Oltre che sinceramente poco rispettosa per i tanti tedeschi che di Derrick sono stati e sono ammiratori.
Ed allora non vorremmo che dietro questo strombazzato rifiuto di un passato da dimenticare vi siano bieche problematiche commerciali legate alla riacquisizione di diritti della serie ed a trattative in corso per il valore del copyright per la produzione di un nuovo Derrick.

L'ispettore Derrick è chiamato anche su questo ad indagare.......

Cinema: 2016 anno della svolta?

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Cinema: 2016 anno della svolta?
È sempre difficile commentare a luglio dei dati che si fermano al 31 dicembre dell'anno prima, specie se ci si occupa di un settore come quello del cinema la cui stagione reddituale rispetto agli incassi sala inizia a settembre e termina a giugno.

Ma i dati forniti da Anica e Mibac pochi giorni or sono sul cinema italiano nel 2015 anche se non contemplano tutto ciò che è accaduto nella prima metà del 2016 (in poche parole i film di Zalone, Genovese e Mainetti solo per fare tre esempi, e ditemi se è poco......) sembrano individuare alcuni trend assai significativi e ormai costanti. Allora.

Un numero eccessivo di film prodotti (182 per la precisione) rispetto alle possibilità di una distribuzione in grado di fornire a tutti una reale visibilità nel mercato e verso il pubblico.

Un costo medio per quasi la metà di questi film che è sotto il milione di euro, un budget quindi molto basso. E c'è da aggiungere che più della metà di questi film ha incassi botteghino non superiori a 100 mila euro, incassi a dire poco sconfortanti che uniti alla rinnovata centralità del finanziamento pubblico, sia diretto che indiretto ( tax credit interno e esterno e premi legati a incasso botteghino) rendono il settore quantomeno economicamente e industrialmente fragile.

Una constatazione quest'ultima che unita al fatto che sembrano scomparire, o quasi, i film non commedie con incassi sui 4/5 milioni, vale a dire incassi medi, evidenzia la realtà di un cinema italiano che va sempre più polarizzandosi tra film di autore estremamente rarefatti  e commedie, le uniche che, anche se con segnali di criticità sempre più evidenti, portano a casa degli incassi "civilizzati".

Se a questo si aggiunge il dato inerente il restringimento della quota di mercato per i film italiani (20 per cento) e la assenza, o quasi di film made in Italy nel prime time delle reti tv pubbliche (33 titoli, ma quasi tutti programmati in estate e prodotti nell'altro secolo....) il panorama che emerge non è certo esaltante.

La speranza di un futuro migliore è da ricercarsi non tanto  nella stagionalità del settore (10/100/1000 Zalone ogni anno.....), ma anche nelle possibilità legate al varo definitivo della legge Franceschini e alla presenza di nuovi player italiani e stranieri interessati a sempre maggiori "sinergie" con il restante mondo dell'audiovisuale. Ed in questa chiave il 2016 sarà un anno centrale per capire quanto sta per accadere.

Auditel: si cambia!

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Auditel: si cambia!
La decisione presa dal nuovo consiglio di amministrazione di Auditel, targato Andrea Imperiali, di mettere sotto analisi a partire dal 2017, non più solo lo storico apparecchio tv, ma anche tablet, smart tv e Iphone sembra finalmente volere aprire al nuovo che avanza (ma che poi tanto nuovo non è più da un pezzo) il mondo della rilevazione degli ascolti tv.

Un mondo che nato poco più che trenta anni fa, attraversato da sempre da polemiche e critiche feroci e piccoli /grandi incidenti (non ultimo quasi un anno fa la pubblicizzazione del nome delle famiglie componenti il campione di riferimento) è sembrato essere impermeabile a molte se non tutte le novità del consumo di tv in Italia, ultimo baluardo a difesa del duopolio che lo aveva creato, vezzeggiato e gestito e dimentico spesso degli interessi degli stessi utenti pubblicitari e del pubblico.

Molti sono ovviamente i problemi tecnologici, giuridici (in primis il nodo della privacy) che il nuovo Cda di Auditel dovrà affrontare per rendere operativo e credibile questa scelta che a differenza del passato ha deciso per quanto riguarda i nuovi media di non usare un campione di riferimento, ma una base rappresentativa di tutti gli utenti da incrociare poi con una parte del campione di riferimento (un terzo circa) partendo dai contatti che sugli apparecchi individuati verranno fatti su internet con i programmi che i broadcaster mettono in streaming.

Il vecchio sistema è dunque morto, ma è altrettanto vero che il nuovo non è ancora definito e presenta problematicità e rischi evidenti. Senza dimenticare, ovviamente, il nodo dei costi di questo nuovo sistema che saranno sicuramente molto più alti.

Ma è certo che il percorso che si è deciso di iniziare è l'unico possibile per cercare di mantenere credibile il sistema di rilevamento degli ascolti con la speranza che anche quanti fino ad ora non hanno fatto parte del mondo Auditel (Sky in primis, ma anche, in prospettiva, i nuovi player modello Netflix) possano esservi coinvolti nell'interesse non solo degli utenti o del mondo pubblicitario, ma dello stesso prodotto audiovisuale.

Recensione - Dolore - Zeruya Shalev

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Recensione - Dolore - Zeruya Shalev
Zeruya Shalev è, nel panorama della letteratura israeliana, la voce femminile più nota e conosciuta nel mondo, per i suoi libri di cui in particolare ricordiamo “Quel che resta nella vita” e per la riconosciuta capacità di fotografare e raccontare al meglio la complessa realtà di l'Israele di oggi.

Il suo ultimo libro “Dolore”, pubblicato da Feltrinelli, rappresenta in questo senso una significativa variabile rispetto alle sue opere precedenti. Quello che infatti sembra mancare del tutto in questa nuova opera della Shalev è l'analisi e l'attenzione alla complessa e difficile situazione politica che sta vivendo Israele così come alcun cenno viene fatto alla evoluzione del processo di integrazione tra il mondo arabo e quello israeliano. “Dolore” è infatti una storia esclusivamente personale, la storia di una donna giunta ai 45 anni che casualmente incontra quello che è stato il grande amore dei suoi 18 anni.

L’apparizione dell’uomo, che l'aveva lasciata e che le aveva fatto credere che trovare nuovamente l'amore sarebbe stato impossibile, costringe Iris, la protagonista del libro, a riflettere sulla crisi del suo matrimonio e alle difficoltà che ha nel rapporto con i figli che, ormai adulti, seguono sempre più una loro strada autonoma e divergente dalla sua. Ma ancora di più le fa ricordare con disperazione il terribile atto di terrorismo di cui rimase vittima una decina 10 anni prima e che le aveva inferto nel corpo e  nella mente dei dolori che continuamente, in maniera lancinante e devastante, riappaiono. Ritrovare quel primo amore, ritrovare il sogno della sua vita, sembra poterle far dimenticare tutto questo drammatico passato e il grigio presente, sicuramente non felice, e non avvertire o quasi quei dolori fisici e psichici che le fanno ricordare continuamente chi è stata e chi è. Sono giorni meravigliosi quelli in cui Iris ritrova il primo amore, giorni meravigliosi in cui fondamentalmente sembra che non vi possa essere il dolore del passato e anche il dolore del presente sembra passare in secondo piano. ma, come sempre nella vita, c'è un ma: i problemi che sembrano devastare la vita della figlia, fino a poter forse distruggere quella stessa vita, la richiamano ai doveri e agli obblighi, le fanno riapparire pesantemente il dolore.

E nel momento in cui è costretta a ritrovare il dolore, ad abbandonare  questa volta per sempre quel grande amore ritrovato e ritornare alla vita quotidiana, che Iris conquista la consapevolezza che il dolore non è mai un compagno passeggero ma uno stato d'animo costante nella vita di ognuno di noi.

Scritto con mano rapida e felice, il libro lascia trasparire una lieve ironia e una fortissima emotività al femminile. “Dolore” rappresenta probabilmente una delle migliori fotografie della difficile realtà di una donna di mezza età nel mondo occidentale di oggi.

Palinsesti Rai: tra il “come eravamo” e il “come saremo”

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Palinsesti Rai: tra il “come eravamo” e il “come saremo”

Fin troppi articoli, critiche, osservazioni abbiamo letto in questi giorni in tema di nuovi palinsesti Rai, i primi della gestione Campo dall'Orto. Troverei quindi inutile in questa sede non solo riassumerne i contenuti o sottolinearne specifiche novità o evidenziare differenze tra linee editoriali delle reti. Altri lo hanno già fatto e in maniera attenta e puntuale. Vorrei invece limitarmi ad una breve considerazione che si basa più sul "sentimento" che sulla "ragione".

La ricerca del vintage, dell'usato sicuro, la riproposizione dei grandi vecchi che hanno fatto la storia della tv pubblica piuttosto che il confermare vecchie serie di successo o abitudini consolidate e confortanti o il mettere, anche formalmente, la parola fine ad esperimenti già morti da tempo sembrano essere una sorta di mantra rassicurante per chi si trova di fronte alla impresa davvero ciclopica di traghettare la vecchia Rai in un mondo completamente nuovo e che è il mondo non del domani o del dopodomani, ma il mondo dell'oggi.

Un mondo dove i contenuti, i target di riferimento, l’intreccio con il mondo web e la globalizzazione del prodotto, la nascita di nuovi player stranieri con disponibilità finanziarie enormi, confermano che non vi sono più certezze consolidate e legislazioni in grado di tutelare rendite da posizione vecchie di più di mezzo secolo.

Tutto è in movimento e in questa velocità del cambiamento trovare una nuova identità senza tradire completamente la propria storia è certamente difficile e complesso anche perché è necessario trovare un equilibrio tra rivoluzione, riforme e conservazione.

Allora la strada intrapresa di rassicurare il proprio pubblico ricordando "quello che eravamo" e nel contempo introdurre piccoli, ma significativi cambiamenti sia in tema di palinsesti che rispetto alle importanti novità che incalzano (dal web a importanti accordi finanziari e coproduttivi) capaci di agire nel profondo e nel medio/lungo periodo sembra volere e potere trovare quell'equilibrio.

Una sorta di " doppia velocità " per "governare il cambiamento" di questi anni difficili e complessi.

Billions, una serie tv da non perdere

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Billions, una serie tv da non perdere
Ha esordito la settimana scorsa su Sky Atlantic, una serie televisiva che, perdonatemi il gioco di parole, nel suo genere di serie di "genere” è un capolavoro assoluto: Billions. Una serie che va a narrare il confronto duro, spietato, senza possibili mediazioni tra la finanza d'assalto e una giustizia nel contempo scrupolosa e senza scrupoli perché consapevole che solo usando le stesse armi della finanza raiderista e senza soffrire di alcun tipo di senso di colpa può sperare di reggere il punto e forse anche vincere. Uno scontro continuo dove molto spesso non è chiaro su chi stia dalla parte del bene  e chi sia invece il male o quantomeno dove il bene e il male si incrociano costantemente, quasi a voler testimoniare che in certi settori e in certi aspetti della vita è difficile tagliare con la spada il bianco e nero, il giusto e il delinquente. 
Un contesto in cui, tra i nostri protagonisti, emerge particolarmente il talento di Paul Giamatti che interpreta il ruolo del procuratore. La serie è ambientata in un contesto in cui il lusso sembra prevalere su tutto e tutti grazie alla presenza di belle donne, feste, ricchezze e viaggi. Un meccanismo narrativo all'interno del quale gli eventi e i colpi di scena si susseguono senza soluzione di continuità regalandoci una storia avvincente dove sembra prevalere il male, perché anche il bene in  molti casi si presenta e si muove con caratteristiche proprie del male, ma che, rispetto ad altre serie iper celebrate, evidenzia come, ed è questa la vera forza del “genere”, per raccontare non si debba essere monocromatici, ma avere la capacità di usare tutti i colori dell'arcobaleno per far emergere tutte le sfumature, i chiaroscuri, che  colorano la vita di quanti operano contro la legge.

Billions su Sky Atlantic una serie da non perdere.

Recensione "La vedova" di Fiona Barton

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Recensione "La vedova" di Fiona Barton
Presentato come uno dei grandi successi dell'editoria britannica del 2015,venduto in tutto il mondo “La vedova” di Fiona Burton, Einaudi Stile Libero Editore, è stato accolto anche in Italia con grande interesse. Interesse che la trama della quarta di copertina, il profilo dell'autrice e il battage pubblicitario correlato giustificavano ampiamente.
Ma altrettanto forte appare la delusione.
Siamo infatti difronte a uno dei tanti gialli psicologici che cerca di ricostruire con attenzione e puntualità le circostanze e le evidenze , e le non evidenze, di un delitto apparentemente risolto. Una attenzione rivolta ovviamente ai personaggi e all'ambientazione, ma che troppo spesso cade in una ricostruzione del delitto, troppo telefonata, scontata, potremmo dire banale. la storia è quella di un rapimento , e di un possibile assassinio, di una bambina di appena due anni da parte di un pedofilo che vive  la maggior parte del suo tempo su internet alla ricerca di siti pornografici tradendo così la giovane mogliettina che lo adora e che mai potrebbe immaginare di vivere accanto a un mostro. 
Si dipana così una storia che alla lunga infastidisce perché appare eccessivamente scontata e perché la protagonista di questa storia ( la vedova del presunto colpevole) è troppo "perfettina ",mentre la giornalista che indaga è troppo intraprendente e "perfetta" e l'intero corpo di polizia è quantomeno incapace , incompetente e stupido. Inutile parlare poi del finale che appare scontato, fiacco e prevedibile . In una parola deludente. 
Un libro quindi che tradisce le attese e che sembra interrompere la recente, felice stagione del giallo inglese al femminile iniziato con “La ragazza del treno” e proseguito poi con "Una vita quasi perfetta".

Discovery Italia, nuova tv generalista ?

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Discovery Italia, nuova tv generalista ?
Nell'articolato e variegato mondo della televisione italiana un nuovo convitato si appresta a prendere posto a tavola. Al numero 9 dei telecomandi di milioni e milioni di famiglie italiane d'ora in poi quando decideranno di premere quel numero per vedere Discovery Channel non troveranno più un canale esclusivamente virato a raccontare e descrivere le meraviglie dell'attraversare i 5 continenti, dello scoprire la scienza e le stranezze di quanti, uomini, animali, insetti, abitano questa nostra terra, ma avranno una nuova , si spera originale, rete generalista. La nascita di Discovery come rete generalista, annunciata di fatto nei giorni scorsi con l'accordo che sigla il passaggio di star come Crozza, Volo, Saviano, Cannavacciuolo ed altri da La 7, Rai e Sky , è un fatto non solo, ovviamente, di rilievo televisivo, produttivo, pubblicitario ed economico, ma è la scoperta che in Italia, unico paese al mondo, continuino a proliferare le televisioni generaliste a danno di televisioni specialistiche, di segmento o di target.
Addirittura anzi assistiamo alla anomala realtà di una televisione targettizzata che si trasforma in generalista. Difficile andare a valutare le prospettive di questa scelta. Probabilmente vi è la consapevolezza che l'apertura del mercato tv che si prospetta in Italia dopo più di 25 anni di immobilismo, e quindi il possibile impatto negativo che questo potrebbe avere su Rai e Mediaset, possa aprire spazi pubblicitari importanti.Cosi come può darsi che questo sia un Paese in cui ancora il bacino della televisione generalista sia in espansione, ma di questo sinceramente sono perplesso . Quello che appare comunque anomalo è che da ora in poi nella nostra televisione il pubblico italiano avrà a disposizione un numero incredibilmente alto di televisioni generaliste. La riflessione allora è non tanto sul perché e sulle prospettive di questa scelta, ma piuttosto cercare di vedere se a livello di qualità del prodotto queste scelte in tempi medio brevi saranno innovative prima e premianti in termini di ascolti e di immagine poi. Una sfida questa che merita attenzione e incoraggiamento.

Recensione - A Calais - Emmanuel Carrere

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Recensione - A Calais - Emmanuel Carrere
E’ uscito recentemente per Adelphi editore "A Calais" di Emmanuel Carrère, un'inchiesta giornalistica che lo stesso Carrère ha scritto tre/ quattro mesi or sono per la stampa francese ed è stata in Italia, seppur parzialmente, pubblicata dal Corriere della Sera.
Un libro questo che assume una importanza ancora più forte alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni in Europa in tema di migrazione. Carrère nella sua inchiesta non va però ad occuparsi dei migranti , delle loro storie e di come vivano nei centri di accoglienza che sembrano essere una sorta di Auschwitz del XXI secolo.
L'attenzione dell’autore è invece rivolta esclusivamente agli abitanti di Calais, a quanti cioè sono stati coinvolti prima e travolti poi da questa ondata migratoria, a come appunto questa migrazione abbia cambiato radicalmente la vita, le abitudini, la cultura , la stessa composizione sociale di questa città. E nel fare questo Carrère analizza, le modifiche urbanistiche e le nuove realtà sociali e demografiche, i nuovi modelli di fruizione della cultura e la disoccupazione esplosa in conseguenza della crisi industriale e del turismo.
Una crisi economica spaventosa che si aggiunge alla difficile realtà del rapporto con "gli altri", i migranti, e sul diverso modo di come gli abitanti di Calais si confrontino con "loro": alcuni rifiutandoli, altri invece, se pure una minoranza esigua, cercando di avviare con loro un rapporto che possa essere il più possibile di integrazione.
L'affresco che Carrère fa di Calais sembra essere la fotografia dell'Europa di oggi: una grande malata con un grande avvenire dietro le spalle dove tutto sembra contemporaneamente delabré e in cerca di un nuovo futuro. Il libro, pur nella sua brevità, pur nel suo essere così devastantemente tranchant ci offre uno spaccato assolutamente attento e puntuale di una realtà complessa.

E proprio per questo va letto, analizzato e ricordato.

Maratone elettorali in TV, format troppo vecchio

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Maratone elettorali in TV, format troppo vecchio
Chi ha assistito la scorsa domenica sulle diverse reti tv alle maratone elettorali per commentare i risultati delle elezioni amministrative 2016 ha avuto la possibilità di constatare in diretta la validità ancora oggi della teoria nietzschiana dell' "eterno ritorno". Il teatrino della politica nella sua massima espressione, con gli stessi protagonisti, contesti / pretesti sempre eguali, offese, contumelie,accuse e contro accuse viste e riviste decine e decine di volte nelle maratone elettorali di 5,10,15 anni fa. Uno spettacolo apparentemente utile solo a conduttori, giornalisti, politici tutti schierati e ben vestiti per parlare di niente, e nel niente, per ore e ore. Inutile, se non addirittura contro producente per il povero telespettatore disponibile ad andare a letto tardi e a sorbirsi questo "non spettacolo" solo per soddisfare la propria curiosità di sapere "chi ha vinto" attraverso il lentissimo dipanarsi di exit poll e proiezioni. Quello che ti lascia stupefatto è come sia possibile che in questi venti e più anni, da quando cioè anche in Italia exit poll e proiezioni ebbero dignità e ascolto anche in tv, niente sia cambiato e si sia adeguato alla evoluzione di tempi e culture.

Le maratone elettorali tv sono dei format immutabili che non vogliono né informare, né intrattenere lo spettatore, né coinvolgerlo fornendogli ragionamenti approfonditi, serie storiche di dati e informazioni, opinioni di esperti, politologi, intellettuali. Ma si limitano a snocciolare dati mai o quasi mai omogenei, mandano in onda baruffe finte, opinioni a caldo anche esse mai o quasi mai ponderate e ragionate, ma frutto dell'istinto, della ricerca della battuta facile, della pancia e non della ragione.

Inutili e lunghissimi esoscheletri che accompagnano quei pochi istanti di vero interesse e attenzione ovvero la trasmissione di exit poll e proiezioni poi sempre più aggiornati e corretti. Ed è proprio dalla trasmissione dei dati che si dovrebbe ripartire per creare dei contenitori informativi che, pur esaltando lo stress della attesa dei risultati, puntino a evidenziare trend sociali e culturali, storicizzino i rischi e i vantaggi che possono derivare dalla vittoria di uno piuttosto che di un altro.

La certezza cioè di una informazione "alta", capace però anche di accompagnare il lavoro dei centri di ricerca con leggerezza, senza dimenticare mai che la tv, seppure occupandosi di politica e di elezioni, non può completamente dimenticare la sua dimensione di spettacolo.

Sono convinto che un intermezzo musicale, un trailer cinematografico, una clip comica, siano molto meglio di uno sproloquio iracondo di La Russa incattivito con un avversario politico, la tristezza di Fassina che attende il sole dell'avvenire o le grigie, risapute disamine dei tanti direttori o ex direttori di quotidiani.

Forse anche questo sarebbe un modo per "rottamare" una tv vecchia , ferma al passato e che sta perdendo ruolo, ascolti, motivi di esistere.

La politica ha ucciso il talk show?

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La politica ha ucciso il talk show?

In principio furono le poltrone (che poi divennero gli sgabelli del teatro Parioli) del salotto di Maurizio Costanzo che creava personaggi, contesti / pretesti, discussioni senza fine. Poi, mentre la prima Repubblica declinava sempre più, arrivò il momento delle affollate aule giacobine di Santoro, degli ovattati salotti di Vespa, dell'algido e tecnocratico vento del nord di Lerner. Più la politica appare latitante se non assente, più il talk show tv si afferma.Non solo in termini di ascolti e di presenza nei palinsesti tv, ma anche in termini di importanza sociale e culturale tanto da divenire di fatto un elemento di surroga istituzionale e politica.

I patti con gli elettori venivano siglati da Vespa, le grandi inchieste giudiziarie e i processi venivano annunciati da Santoro mentre da Lerner si prefiguravano nuovi scenari macroeconomici o di politica fiscale. E davanti alle telecamere nascevano e si affermavano nuove tipologie di politici aggressivi, suadenti, telegenici. Tutte caratteristiche che comunque tendevano a coprire la effettiva competenza. Mani pulite, Berlusconi e l'antiberlusconismo, il trionfo dell’antipolitica, il collasso definitivo della "Costituzione più bella del mondo" vede nel talk show la sua massima identificazione: riempire, con la piazza o il salotto tv, il vuoto lasciato dalla politica, dalle istituzioni sempre più messe ai margini della vita comune, dalla assenza di un dibattito compiuto fra ideologie diverse (o almeno fra idee articolatamente differenziate).

Per arrivare addirittura, è storia di questi ultimissimi anni, ad una intera rete tv le cui prime serate vengono tutte appaltate a talk show diversi nei titoli e nei conduttori, non certo nei contenuti e ad avere due programmi assolutamente fotocopia su due reti concorrenti, la stessa sera con scenografie eguali con la sola variabile di conduttori diversi (parlo ovviamente di Ballaro' e del suo speculare Di martedì). Poi all'improvviso è arrivata la crisi. Negli ascolti, nella credibilità, nell'appeal. Il talk show sembra oggi se non morente, gravemente malato. Una disaffezione da parte del pubblico che si spiega con un mutamento di clima e di attenzione verso la politica e le istituzioni.

Negli ultimi due anni la politica sembra tornata centrale, le istituzioni sembrano volere essere rivalutate, si discute di Costituzione non più come una morta icona da proteggere dai fantasmi di un passato vecchio di più di 70 anni, ma come di un qualcosa di vivo, da adeguare ai tempi, per fare funzionare meglio lo Stato e quindi la nostra vita sociale. In una parola sembrano volere e potere finire la Seconda Repubblica e gli anni della antipolitica e del giustizialismo debordante, del gridare in piazza o del sussurrare nei salotti.

Sembra tornare il tempo in cui tutto e tutti debbono stare nei propri limiti e nei propri ambiti. E più che di urlare e insultare sembra esserci bisogno di riflessione e dialogo. Sulle cose e non sulle astrazioni. Tutti elementi questi che devono spingere la tv a tornare a fare la tv: informare, fare inchieste, intervistare, interrogare. Tornare a fare giornalismo, quello vero e quello sano che sia di supporto e di controllo sulle istituzioni e sui politici, ma non li sostituisca o prenda il loro posto, altrimenti,non solo sarà fuori dalla storia e dal comune sentire, ma come accaduto in questi ultimi venti anni, Il risultato non sarà certo esaltante. Sia per quanto concerne la qualità del prodotto tv che, ed è molto più importante, la qualità della vita del nostro Paese.

Recensione - Per Isabel - Antonio Tabucchi

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Recensione - Per Isabel - Antonio Tabucchi

Con colpevole ritardo ho letto l'ultimo libro di Tabucchi "Per Isabel", pubblicato postumo da Feltrinelli editore quasi tre anni fa. Un colpevole ritardo che non mi ha impedito di farmi coinvolgere prima, appassionarmi poi e amare infine la ricerca di Isabel, figlia della migliore borghesia portoghese che in pieno regime salazariano decide di farsi rivoluzionaria, essere arrestata e poi scomparire nel nulla e per sempre. Chi la cerca l'ha molto amata e non può credere che sia svanita o, come sostengono alcuni, si sia uccisa in prigione. Inizia così una storia affascinante che partendo da Lisbona si dipana per tutta Europa per incontrare uomini e donne che potrebbero, al narratore, dare notizie su cosa è stato di Isabel. Una narrazione che talvolta ha i ritmi del giallo, talaltra del romanzo psicologico e che spesso assume la dimensione del sogno in cui la ricerca di Isabel si annulla in una sorta di non tempo dove presente e passato si incontrano e si confondono. Ed allora la ricerca di Isabel diventa una sorta di esoscheletro, un pretesto per ricordare, andare su e giù per le vicende della vita, per cercare di inquadrare al meglio la complessa realtà del nostro esistere. E nello stesso tempo tentare di rivedere e affrontare i dubbi, i rimorsi, i rimpianti, gli errori che cerchiamo di tenere nascosti o dimenticare, ma sono pronti all'improvviso a riapparire e a rincorrerci colpevolmente. Ed allora ritrovare Isabel vuole dire mettere un punto fermo alla vita, sciogliere i tanti nodi irrisolti che ci portiamo dietro. Vuol dire in una parola chiudere, o ricominciare, il percorso della vita forti della consapevolezza del passato che abbiamo avuto e del presente in cui siamo.
Ed è l'ultimo lascito di Tabucchi a se stesso e ai suoi lettori.

Tiriamo le somme di una stagione di cinema!

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Tiriamo le somme di una stagione di cinema!
L'arrivo dell'estate, è noto, interrompe la stagione cinematografica in Italia in attesa di Venezia e dell'arrivo di settembre. Un unicum nel panorama del cinema mondiale se si pensa che in tutto il resto del mondo Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia la stagione cinematografica ha sempre la stessa forza e lo stesso richiamo perché quello che l'esercizio programma a luglio ha la stessa forza, almeno sulla carta, di quello che viene programmato a ottobre piuttosto che a marzo.
Questo iato può però permettere di fare il punto sulla stagione cinematografica appena conclusa e una prima riflessione vorrei farla cercando di individuare quali siano stati fra i film italiani quelli che hanno maggiormente impressionato e possono essere indicati come i vincitori della stagione. La prima citazione è ovviamente per Checco Zalone con i suoi 60 milioni incassati con “Quo Vado”, e poi “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese che ha ottenuto un importante successo di botteghino, quasi 20 milioni, e un altrettanto significativo plauso da parte della critica e del David di Donatello come miglior film italiano della stagione. Poi l'esordio assolutamente fantastico per il cinema italiano de “Lo chiamavano Jeeg Robot”; 4 milioni di incasso, un incetta di statuine ai David e critiche entusiastiche da parte della critica. Degno di citazione poi Matteo Rovere e il suo"Veloce come il vento"che ci ha dato una storia italiana girata all'americana e ci ha restituito un grande attore come Stefano Accorsi. Così come non hanno tradito le attese Paolo Virzi con il suo "La pazza gioia" e Rosi con "Fuocoammare " vincitore dell'Orso d'oro e forte esempio di documentaristica sociale. Più complesso il discorso sui "vinti" perché sicuramente alcuni "grandi" hanno deluso (penso a Tornatore o a Verdone) ma se volessi individuare lo sconfitto della stagione indicherei una categoria, quella delle commedie sempre uguali con gli stessi attori, con gli stessi registi le stesse situazioni e battute stantie e finte che hanno contraddistinto quest'anno. Inutile fare titoli o nomi perché sono nel ricordo di tutti, sono state massacrate dalla critica e ignorate dal pubblico.

Recensione - Una famiglia decaduta - Nikolaj Leskov

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Recensione - Una famiglia decaduta - Nikolaj Leskov

“Una famiglia decaduta” di Nikolaj Leskov (Fazi editore) fa parte del grande filone del romanzo russo capace di raccontare con passione , algido disincanto, chirurgica attenzione, ma anche con una sorta di irrefrenabile ironia, le storie del popolo russo nel diciannovesimo secolo quando appariva evidente  il declino inarrestabile del mondo medioevale degli zar e, inconsciamente, si attendeva la rivoluzione di ottobre. Nikolaj Leskov racconta la storia di una giovane donna, nata in una famiglia modesta, che, come Cenerentola,corona il suo sogno d'amore sposando un Principe appartenente alla grande nobiltà russa. Una storia apparentemente felice se Il nostro principe non venisse ucciso in battaglia dalle truppe napoleoniche lasciando la giovane moglie vedova e alle prese con l'educazione dei figli e la gestione del patrimonio in un mondo che sta cambiando in maniera veloce e disordinata. Se la nostra principessa domina incontrastata questo libro accanto a lei ci sono altri personaggi che meritano di essere raccontati e che, lentamente, catturano l’attenzione del lettore come la fedele governante, il fattore/amministratore e la suocera conservatrice e bigotta che appare come l'altra faccia della nobiltà russa di quegli anni.Nel rapporto con questi personaggi, emergono le inquietudini della nostra protagonista che non riesce ad adeguarsi ad una società in cui gli arrivisti e i nullafacenti sembrano farla da padrone e preannunciano, dopo aver oscurato i lustri passati della grande nobiltà, un futuro basato sul denaro e sugli affari. Una lingua piana, leggera, venata di grande ironia. Un libro che si raccomanda per una sorta di freschezza sempre presente sia nel racconto che nei personaggi che nelle modalità di scrittura e per il quale valgono le parole che Walter Benjamin gli dedicò :” capita sempre più di rado di incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come  si deve, ma in questo caso è successo”.

Il mercato delle star tv

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Il mercato delle star tv
Il cosiddetto mercato primaverile delle star tv sembra volgere al termine senza apparenti devastanti scossoni. Restano a Mediaset i pilastri portanti dell'intrattenimento da Bonolis alla De Filippi anche se, in particolar modo nei confronti del primo, il numero uno di viale Mazzini, Antonio Campo Dall’Orto, non aveva nascosto stima e speranze di potere averlo in squadra su Rai1. Sky conferma i giovani affermati come Cattelan e i The Jackal,  la squadra di Colorado (Bisio, Abatantuono e company) a  cui va ad aggiungere una "stella" come Guzzanti e un king maker come Fiorello. La nuova Rai, intenta a disegnare nuovi scenari editoriali e una rinnovata presa su target più ampi degli attuali, sembra invece ferma alla conferma dei soliti noti, da Conti a Fazio, con in più la variabile del ritorno della Carrà su Rai1 di cui tutto si può dire tranne che sia una novità volta alla ricerca di pubblici più giovani e pubblicitariamente appetibili.... Anche se, ovviamente, saranno solo i nuovi programmi a farci capire come sarà la Rai di Antonio Campo Dall’Orto questi dati, in primis la perdita di Fiorello e il mancato annuncio di nomi nuovi, fanno intravedere le difficoltà che il nuovo management dovrà superare per fare uscire la Rai dalla stagnazione editoriale in cui l'hanno portata gli ultimi DG privi di una qualsiasi attenzione culturale e politica ai temi del prodotto. La strada non sarà certamente facile e non siamo certo noi in grado di fornire suggerimenti certi o cogenti. Ci sentiamo però sommessamente di dare alcune piccole indicazioni. Per fare tornare in Rai o non perdere personaggi forti e credibili si comincino a snellire le burocrazie, si abbattano i tempi delle contrattazioni, si faciliti il lavoro degli uomini/donne di prodotto. E si sottragga la Rai alla gabbia delle populistiche interrogazioni parlamentari o di articoli di giornali in cui la si bacchetta costantemente per avere dato due euro in più a questo o a quello. Il mercato e la qualità del prodotto si onorano con un corretto mix di idee e di sana e corretta gestione aziendale non con un "peloso" moralismo a senso unico.

Recensione - Nel nome di mio padre - Viveca Sten

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Recensione - Nel nome di mio padre - Viveca Sten
Una nuova stella brilla nel firmamento del giallo scandinavo. E ancora una volta va riconosciuto a Marsilio il merito di averci portato, dopo Larson e Lackberg, una autrice bravissima, Viveca Sten, capace di raccontarci con una prosa asciutta e mai prevedibile una storia che risulta essere una " miscela perfetta di omicidi, tragedia famigliare e idillio". “Nel nome di mio padre” è infatti tutto questo: thriller, storie di famiglie da fine ottocento al secondo dopoguerra in una Svezia che non sembra conoscere la modernità e i racconti delle difficoltà della vita di oggi dove lavoro, sentimenti, tradimenti, denaro si intrecciano senza requie e senza pietà. La Sten è capace di creare personaggi che sembrano avere i difetti, i pregi e le problematiche quotidiane di tutti noi, calandoli però in contesti imprevedibili, pieni di suspense e di intrighi e che riscattano la grigia vita di tutti i giorni. Tutto parte in una ventosa notte di novembre in una piccolissima e bellissima isola dell'arcipelago al largo di Stoccolma quando Lina, una ventenne bella e spensierata scompare nel nulla. Dovrà passare quasi un anno perché casualmente alcuni ragazzi, giocando, scoprano, sepolti in un bosco, i resti di quella ragazza.... Inizia così la ricerca del colpevole portata avanti da Thomas un detective provato dalla recente separazione dalla moglie e dalla morte della figlia. Una ricerca che sembra non decollare fino a quando una intuizione sul passato di alcune famiglie abitanti l'isola da sempre e suggerita a Thomas da Nora, una vecchia amica che passa le vacanze in quell'isola, non apre la strada alla soluzione dell'enigma. E il desiderio di sapere, nel prossimo libro, che cosa accadrà a Thomas e a Nora....

Il Ritorno di Gomorra

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Il Ritorno di Gomorra
“Gomorra” è tornata! La seconda stagione della serie italiana più famosa  e più venduta nel mondo è da ieri sera in onda su Sky. Rispetto alla serie precedente immutato il cast ed egualmente immutati i caratteri fondanti. La scelta fatta dagli sceneggiatori e dal regista e che è stato puntualmente recepito da casting, scenografia, costumi è  che nelle storie di “Gomorra” non può essere presente la luce del sole. Tutto quello che viene raccontato è l'esaltazione del male e nell' esaltazione del male vi è il racconto di una società che non solo non ha futuro ma il cui presente è assolutamente negativo. Al fondo la Napoli di “Gomorra” è un mondo privo di speranza, dove coloro che operano sono solo ed esclusivamente delinquenti efferati o soggetti affini al crimine. E, forse, questa scelta narrativa, che è stata la grande forza della serie e che la ha resa vincente in tutto il mondo, vale a dire la descrizione del male  assoluto, è  anche il suo vero limite: l'impossibilità cioè di raccontare che comunque esistono dei mezzi toni, dei mezzi colori, degli squarci di cielo azzurro anche nei panorami più devastati e devastanti, perché poi questa è la realtà del mondo in cui viviamo. Allora se Ciro/Marco D'Amore rappresenta il simbolo di una società che non ha prospettive se non quella del crimine e anche se, come sostiene Saviano, "Gomorra vuole raccontare il potere" non sarebbe stato sbagliato se all'interno di questa stessa serie vi fosse stata anche una presenza, non buonista ma certamente necessaria, di qualcosa che non sia il Male ma che rappresenti almeno un tentativo di Bene. Vedendo le primi due puntate abbiamo notato poi che, a differenza della prima serie la regia appare più tesa a scavare nei personaggi che non ad evidenziare la trama del racconto e la sua velocità narrativa e gli stessi attori sembrano voler trasmettere più la loro insostenibile “pesantezza dell'essere” che un meccanismo di vita, di movimento. E’ troppo presto per dire  se questa sarà l'intera chiave di interpretazione e di narrazione della serie, certo che se così fosse oltre al nero drammatico della storia si aggiungerebbe anche un'analisi nera dei personaggi e della loro vita.

Recensione - Lampedusa - Maylis de Kerangal

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Recensione - Lampedusa - Maylis de Kerangal
Una donna ascolta alla radio il dramma dell’ottobre 2013 in cui centinaia e centinaia di migranti muoiono vicino a Lampedusa, una piccola isola al confine tra la Sicilia e l'Africa, per il ribaltamento del barcone su cui stavano andando verso l'Europa. Quella voce radiofonica grigia, metallica, asettica la porta a ricordare che cosa sia Lampedusa e che cosa questa isola evochi in lei per quello che ha letto per quello che ha visto al cinema o a teatro piuttosto che nella vita quotidiana. Lampedusa:l'isola che non può che ricordare il nome di Tomasi di Lampedusa, autore del Gattopardo, e che quindi non può non fare tornare alla mente il grande film di Luchino Visconti. Lampedusa al confine fra il futuro e il passato, al confine tra le civiltà e l'inciviltà. Una terra in cui arrivano i migranti ma anche i corpi di decine e centinaia di persone che non ce l'hanno fatta. Una sorta di discrimine fra il rispetto dei diritti umani e il calpestarli in maniera brutale. Lampedusa come luogo a metà strada tra la decadenza e la grande cultura Europea. Come se su questo nome, su questa terra dovessero oggi confluire gli interrogativi sul futuro dell'Occidente. Maylis de Kerangal scrive così un vibrante omaggio a Lampedusa e girovagando tra il cinema, la letteratura, i ricordi cerca di capire fino a che punto sia giunta la decadenza dell’Occidente, fino a che punto si può onestamente accettare che tutto si trasformi e niente muti. Lampedusa diviene così il simbolo di un mondo ormai in decadenza, quello della cultura occidentale, alle prese con un futuro pieno di nebbia, di cui non si riescono a definire limiti e contorni. Unico, drammatico sospetto, è che in questo nuovo luogo i diritti umani rischiano di non essere più il fondamento del pensiero europeo ma qualcosa da cui difendersi e fuggire.

Della stessa autrice la recensione di "Nascita di un ponte"

Il futuro della RAI

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Il futuro della RAI
Due avvenimenti questa settimana su cui riflettere: il primo richiamato da Aldo Grasso sul Corriere della Sera di pochi giorni fa riguarda il restringimento progressivo della platea della televisione generalista sia in termini assoluti che in termini di qualità; meno spettatori e, comunque, sempre più anziani. Dall'altro la presentazione al MAXXI a Roma, da parte del direttore della generale della Rai e del capo della fiction, del nuovo piano editoriale della Rai Fiction per i prossimi anni. Due eventi importanti che hanno un legame tra di loro: da un lato infatti la consapevolezza che la televisione generalista come noi l’abbiamo conosciuta, quindi una televisione di distribuzione indistinta, sta perdendo progressivamente quote di mercato, forza e ruolo. Dall'altro la consapevolezza da parte della più grande azienda culturale di questo Paese che l'investimento nella fiction deve essere non più solamente indirizzato alla distribuzione sulle reti Rai, ma deve cominciare anche a rapportarsi con il mercato internazionale. E di qui anche la scelta indicata da Campo dall'Orto di investire non più solamente per il mainstream di Rai1 ma per tutta una serie di prodotti differenziati e diversi che possono avere incidentalmente come destinatario le reti Rai, in particolar modo la seconda e la terza rete, ma più in particolar modo il mercato estero. Il mercato inteso in senso lato, la possibilità cioè di esportare questi prodotti finiti oppure di essere questi prodotti oggetto di co produzione. Sembra quasi di avvertire nelle parole di Campo dall'Orto la consapevolezza che la Rai deve sempre più diventare azienda di produzione e meno azienda di distribuzione, o quantomeno che la distribuzione debba limitarsi al cosiddetto “cotto e mangiato” e che per quanto riguarda la produzione di fiction non deve essere solamente distribuito dalle reti, ma anche pensato, prodotto e veicolato per il mercato internazionale.
no
Carlo Macchitella è stato per trent’anni dirigente in Rai, ha ricoperto la carica di Direttore Generale di Rai Cinema e presidente di 01 Distribuzione alla cui ideazione, progettazione ed organizzazione ha partecipato in prima persona, e’ stato inoltre Consigliere di Amministrazione di Cinecittà e dell’Istituto Luce. Dal 2008 svolge attività di produttore indipendente. Tra i film da lui prodotti ricordiamo “La Pecora Nera” di e con Ascanio Celestini, in concorso al Festival di Venezia 2010, “Passione” di e con John Turturro, evento speciale al Festival di Venezia 2010. Ha svolto importante attività di pubblicista e fra i suoi ultimi libri ricordiamo “Nuovo cinema Italia” e “I mille Volti del Sogno”. [Carlo Macchitella] (http://www.madeleinefilm.com/wp-content/uploads/2013/staff/carlo_macchitella.jpg)