Né dare una valutazione più o meno critica su i film italiani .
Altri, più competenti di me lo hanno già fatto e sarà poi il pubblico a valutare la bontà delle scelte operate da Barbera e il conseguente successo del 71 festival di Venezia.
Le mie poche e veloci riflessioni riguardano invece il significato simbolico che il festival di Venezia ha e dovrà avere anche in futuro. Nel momento in cui finalmente anche in Italia la politica mette la cultura , e l’industria culturale, al centro del piano di rinascita, anche economico, del nostro Paese è necessario che alcune “vetrine” famose per il ruolo avuto nel passato e per quello che hanno rappresentato vengano necessariamente irrobustite, valorizzate, messe in condizione di sfruttare al massimo la loro storia calandola nelle realtà e nelle esigenze del presente.
Negli ultimi dieci anni una dissennata politica localista ha fatto sì che il nostro paese oltre ad avere mille comuni e mille campanili si sia trovato a essere titolare di mille festival cinematografici: piccoli, grandi, medi, specialistici, generalisti, finanziati da privati, enti pubblici, istituzioni, banche, grandi imprese, ferrovie o compagnie aeree.
Una babele di sigle contraddistinte da un fantasmagorico calendario che di fatto occupava 365 giorni l’anno in tutta la penisola. Poi è arrivata la crisi economica. Devastante, fortissima e che ha colpito tutti e tutto , indistintamente. E a quel punto è apparso in tutta la sua evidenza come quella sbandata festivaliera avesse sortito almeno tre effetti negativi. Avere dilapidato decine e decine di milioni di euro (pubblici in gran parte) in iniziative non strutturali, ma effimere. Avere creato dei festival editorialmente fragili ed indistinti e/o incapaci di aprirsi al mercato ed essere appetibili internazionalmente. Avere indebolito quelle poche grandi realtà che esistevano, che avevano fatto la storia del cinema e della cultura e rappresentavano un fortissimo asset del sistema Italia.
Venezia è stata la prima vittima grazie al combinato disposto delle proprie e altrui responsabilità. Le proprie legate alla miopia di una classe dirigente locale, troppo presa dai problemi del Mose……, che non ha creato nuove strutture e non ha voluto cogliere la sfida di lasciare il Lido e approdare a Venezia (come il vecchio e quasi subito abbandonato progetto di trasferirsi all’Arsenale suggeriva).
Altrui che sono quelle di una classe politica che non ha mai avuto un progetto a 360 gradi sul cinema e sul ruolo che i festival e in particolare Venezia avrebbero potuto e dovuto avere creando saldi legami con il mercato.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti e la “drammatica” buca del nuovo e abortito palazzo del festival al Lido è la testimone muta e impietosa di quanto non è stato fatto e, se fatto, fatto male recentemente.
Il festival di Venezia deve però tornare ad essere un elemento importante e centrale del rilancio del nostro cinema e della nostra industria culturale.
E sarebbe bello se proprio in questo complesso e difficile momento storico partisse da parte del nostro governo l’iniziativa di pensare un più ampio progetto di sviluppo ridisegnandone ubicazione, ruolo culturale , finanziamento pubblico e legami con l’imprenditoria privata,possibilità di trasformarlo in una fondazione che operi tutto l’anno (sul modello ad esempio del Sundance), rinnovato approccio al mercato.
Anche per fare sì che il nome di Venezia venga legato non più alle ombre del Mose, ma ad un nuovo modo di intendere cinema e cultura.
Carlo Macchitella


Nessun commento
Posta un commento