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Recensione - Dolore - Zeruya Shalev

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Recensione - Dolore - Zeruya Shalev
Zeruya Shalev è, nel panorama della letteratura israeliana, la voce femminile più nota e conosciuta nel mondo, per i suoi libri di cui in particolare ricordiamo “Quel che resta nella vita” e per la riconosciuta capacità di fotografare e raccontare al meglio la complessa realtà di l'Israele di oggi.

Il suo ultimo libro “Dolore”, pubblicato da Feltrinelli, rappresenta in questo senso una significativa variabile rispetto alle sue opere precedenti. Quello che infatti sembra mancare del tutto in questa nuova opera della Shalev è l'analisi e l'attenzione alla complessa e difficile situazione politica che sta vivendo Israele così come alcun cenno viene fatto alla evoluzione del processo di integrazione tra il mondo arabo e quello israeliano. “Dolore” è infatti una storia esclusivamente personale, la storia di una donna giunta ai 45 anni che casualmente incontra quello che è stato il grande amore dei suoi 18 anni.

L’apparizione dell’uomo, che l'aveva lasciata e che le aveva fatto credere che trovare nuovamente l'amore sarebbe stato impossibile, costringe Iris, la protagonista del libro, a riflettere sulla crisi del suo matrimonio e alle difficoltà che ha nel rapporto con i figli che, ormai adulti, seguono sempre più una loro strada autonoma e divergente dalla sua. Ma ancora di più le fa ricordare con disperazione il terribile atto di terrorismo di cui rimase vittima una decina 10 anni prima e che le aveva inferto nel corpo e  nella mente dei dolori che continuamente, in maniera lancinante e devastante, riappaiono. Ritrovare quel primo amore, ritrovare il sogno della sua vita, sembra poterle far dimenticare tutto questo drammatico passato e il grigio presente, sicuramente non felice, e non avvertire o quasi quei dolori fisici e psichici che le fanno ricordare continuamente chi è stata e chi è. Sono giorni meravigliosi quelli in cui Iris ritrova il primo amore, giorni meravigliosi in cui fondamentalmente sembra che non vi possa essere il dolore del passato e anche il dolore del presente sembra passare in secondo piano. ma, come sempre nella vita, c'è un ma: i problemi che sembrano devastare la vita della figlia, fino a poter forse distruggere quella stessa vita, la richiamano ai doveri e agli obblighi, le fanno riapparire pesantemente il dolore.

E nel momento in cui è costretta a ritrovare il dolore, ad abbandonare  questa volta per sempre quel grande amore ritrovato e ritornare alla vita quotidiana, che Iris conquista la consapevolezza che il dolore non è mai un compagno passeggero ma uno stato d'animo costante nella vita di ognuno di noi.

Scritto con mano rapida e felice, il libro lascia trasparire una lieve ironia e una fortissima emotività al femminile. “Dolore” rappresenta probabilmente una delle migliori fotografie della difficile realtà di una donna di mezza età nel mondo occidentale di oggi.

Recensione "La vedova" di Fiona Barton

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Recensione "La vedova" di Fiona Barton
Presentato come uno dei grandi successi dell'editoria britannica del 2015,venduto in tutto il mondo “La vedova” di Fiona Burton, Einaudi Stile Libero Editore, è stato accolto anche in Italia con grande interesse. Interesse che la trama della quarta di copertina, il profilo dell'autrice e il battage pubblicitario correlato giustificavano ampiamente.
Ma altrettanto forte appare la delusione.
Siamo infatti difronte a uno dei tanti gialli psicologici che cerca di ricostruire con attenzione e puntualità le circostanze e le evidenze , e le non evidenze, di un delitto apparentemente risolto. Una attenzione rivolta ovviamente ai personaggi e all'ambientazione, ma che troppo spesso cade in una ricostruzione del delitto, troppo telefonata, scontata, potremmo dire banale. la storia è quella di un rapimento , e di un possibile assassinio, di una bambina di appena due anni da parte di un pedofilo che vive  la maggior parte del suo tempo su internet alla ricerca di siti pornografici tradendo così la giovane mogliettina che lo adora e che mai potrebbe immaginare di vivere accanto a un mostro. 
Si dipana così una storia che alla lunga infastidisce perché appare eccessivamente scontata e perché la protagonista di questa storia ( la vedova del presunto colpevole) è troppo "perfettina ",mentre la giornalista che indaga è troppo intraprendente e "perfetta" e l'intero corpo di polizia è quantomeno incapace , incompetente e stupido. Inutile parlare poi del finale che appare scontato, fiacco e prevedibile . In una parola deludente. 
Un libro quindi che tradisce le attese e che sembra interrompere la recente, felice stagione del giallo inglese al femminile iniziato con “La ragazza del treno” e proseguito poi con "Una vita quasi perfetta".

Recensione - A Calais - Emmanuel Carrere

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Recensione - A Calais - Emmanuel Carrere
E’ uscito recentemente per Adelphi editore "A Calais" di Emmanuel Carrère, un'inchiesta giornalistica che lo stesso Carrère ha scritto tre/ quattro mesi or sono per la stampa francese ed è stata in Italia, seppur parzialmente, pubblicata dal Corriere della Sera.
Un libro questo che assume una importanza ancora più forte alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni in Europa in tema di migrazione. Carrère nella sua inchiesta non va però ad occuparsi dei migranti , delle loro storie e di come vivano nei centri di accoglienza che sembrano essere una sorta di Auschwitz del XXI secolo.
L'attenzione dell’autore è invece rivolta esclusivamente agli abitanti di Calais, a quanti cioè sono stati coinvolti prima e travolti poi da questa ondata migratoria, a come appunto questa migrazione abbia cambiato radicalmente la vita, le abitudini, la cultura , la stessa composizione sociale di questa città. E nel fare questo Carrère analizza, le modifiche urbanistiche e le nuove realtà sociali e demografiche, i nuovi modelli di fruizione della cultura e la disoccupazione esplosa in conseguenza della crisi industriale e del turismo.
Una crisi economica spaventosa che si aggiunge alla difficile realtà del rapporto con "gli altri", i migranti, e sul diverso modo di come gli abitanti di Calais si confrontino con "loro": alcuni rifiutandoli, altri invece, se pure una minoranza esigua, cercando di avviare con loro un rapporto che possa essere il più possibile di integrazione.
L'affresco che Carrère fa di Calais sembra essere la fotografia dell'Europa di oggi: una grande malata con un grande avvenire dietro le spalle dove tutto sembra contemporaneamente delabré e in cerca di un nuovo futuro. Il libro, pur nella sua brevità, pur nel suo essere così devastantemente tranchant ci offre uno spaccato assolutamente attento e puntuale di una realtà complessa.

E proprio per questo va letto, analizzato e ricordato.

Recensione - Per Isabel - Antonio Tabucchi

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Recensione - Per Isabel - Antonio Tabucchi

Con colpevole ritardo ho letto l'ultimo libro di Tabucchi "Per Isabel", pubblicato postumo da Feltrinelli editore quasi tre anni fa. Un colpevole ritardo che non mi ha impedito di farmi coinvolgere prima, appassionarmi poi e amare infine la ricerca di Isabel, figlia della migliore borghesia portoghese che in pieno regime salazariano decide di farsi rivoluzionaria, essere arrestata e poi scomparire nel nulla e per sempre. Chi la cerca l'ha molto amata e non può credere che sia svanita o, come sostengono alcuni, si sia uccisa in prigione. Inizia così una storia affascinante che partendo da Lisbona si dipana per tutta Europa per incontrare uomini e donne che potrebbero, al narratore, dare notizie su cosa è stato di Isabel. Una narrazione che talvolta ha i ritmi del giallo, talaltra del romanzo psicologico e che spesso assume la dimensione del sogno in cui la ricerca di Isabel si annulla in una sorta di non tempo dove presente e passato si incontrano e si confondono. Ed allora la ricerca di Isabel diventa una sorta di esoscheletro, un pretesto per ricordare, andare su e giù per le vicende della vita, per cercare di inquadrare al meglio la complessa realtà del nostro esistere. E nello stesso tempo tentare di rivedere e affrontare i dubbi, i rimorsi, i rimpianti, gli errori che cerchiamo di tenere nascosti o dimenticare, ma sono pronti all'improvviso a riapparire e a rincorrerci colpevolmente. Ed allora ritrovare Isabel vuole dire mettere un punto fermo alla vita, sciogliere i tanti nodi irrisolti che ci portiamo dietro. Vuol dire in una parola chiudere, o ricominciare, il percorso della vita forti della consapevolezza del passato che abbiamo avuto e del presente in cui siamo.
Ed è l'ultimo lascito di Tabucchi a se stesso e ai suoi lettori.

Recensione - Una famiglia decaduta - Nikolaj Leskov

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Recensione - Una famiglia decaduta - Nikolaj Leskov

“Una famiglia decaduta” di Nikolaj Leskov (Fazi editore) fa parte del grande filone del romanzo russo capace di raccontare con passione , algido disincanto, chirurgica attenzione, ma anche con una sorta di irrefrenabile ironia, le storie del popolo russo nel diciannovesimo secolo quando appariva evidente  il declino inarrestabile del mondo medioevale degli zar e, inconsciamente, si attendeva la rivoluzione di ottobre. Nikolaj Leskov racconta la storia di una giovane donna, nata in una famiglia modesta, che, come Cenerentola,corona il suo sogno d'amore sposando un Principe appartenente alla grande nobiltà russa. Una storia apparentemente felice se Il nostro principe non venisse ucciso in battaglia dalle truppe napoleoniche lasciando la giovane moglie vedova e alle prese con l'educazione dei figli e la gestione del patrimonio in un mondo che sta cambiando in maniera veloce e disordinata. Se la nostra principessa domina incontrastata questo libro accanto a lei ci sono altri personaggi che meritano di essere raccontati e che, lentamente, catturano l’attenzione del lettore come la fedele governante, il fattore/amministratore e la suocera conservatrice e bigotta che appare come l'altra faccia della nobiltà russa di quegli anni.Nel rapporto con questi personaggi, emergono le inquietudini della nostra protagonista che non riesce ad adeguarsi ad una società in cui gli arrivisti e i nullafacenti sembrano farla da padrone e preannunciano, dopo aver oscurato i lustri passati della grande nobiltà, un futuro basato sul denaro e sugli affari. Una lingua piana, leggera, venata di grande ironia. Un libro che si raccomanda per una sorta di freschezza sempre presente sia nel racconto che nei personaggi che nelle modalità di scrittura e per il quale valgono le parole che Walter Benjamin gli dedicò :” capita sempre più di rado di incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come  si deve, ma in questo caso è successo”.

Recensione - Nel nome di mio padre - Viveca Sten

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Recensione - Nel nome di mio padre - Viveca Sten
Una nuova stella brilla nel firmamento del giallo scandinavo. E ancora una volta va riconosciuto a Marsilio il merito di averci portato, dopo Larson e Lackberg, una autrice bravissima, Viveca Sten, capace di raccontarci con una prosa asciutta e mai prevedibile una storia che risulta essere una " miscela perfetta di omicidi, tragedia famigliare e idillio". “Nel nome di mio padre” è infatti tutto questo: thriller, storie di famiglie da fine ottocento al secondo dopoguerra in una Svezia che non sembra conoscere la modernità e i racconti delle difficoltà della vita di oggi dove lavoro, sentimenti, tradimenti, denaro si intrecciano senza requie e senza pietà. La Sten è capace di creare personaggi che sembrano avere i difetti, i pregi e le problematiche quotidiane di tutti noi, calandoli però in contesti imprevedibili, pieni di suspense e di intrighi e che riscattano la grigia vita di tutti i giorni. Tutto parte in una ventosa notte di novembre in una piccolissima e bellissima isola dell'arcipelago al largo di Stoccolma quando Lina, una ventenne bella e spensierata scompare nel nulla. Dovrà passare quasi un anno perché casualmente alcuni ragazzi, giocando, scoprano, sepolti in un bosco, i resti di quella ragazza.... Inizia così la ricerca del colpevole portata avanti da Thomas un detective provato dalla recente separazione dalla moglie e dalla morte della figlia. Una ricerca che sembra non decollare fino a quando una intuizione sul passato di alcune famiglie abitanti l'isola da sempre e suggerita a Thomas da Nora, una vecchia amica che passa le vacanze in quell'isola, non apre la strada alla soluzione dell'enigma. E il desiderio di sapere, nel prossimo libro, che cosa accadrà a Thomas e a Nora....

Recensione - Lampedusa - Maylis de Kerangal

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Recensione - Lampedusa - Maylis de Kerangal
Una donna ascolta alla radio il dramma dell’ottobre 2013 in cui centinaia e centinaia di migranti muoiono vicino a Lampedusa, una piccola isola al confine tra la Sicilia e l'Africa, per il ribaltamento del barcone su cui stavano andando verso l'Europa. Quella voce radiofonica grigia, metallica, asettica la porta a ricordare che cosa sia Lampedusa e che cosa questa isola evochi in lei per quello che ha letto per quello che ha visto al cinema o a teatro piuttosto che nella vita quotidiana. Lampedusa:l'isola che non può che ricordare il nome di Tomasi di Lampedusa, autore del Gattopardo, e che quindi non può non fare tornare alla mente il grande film di Luchino Visconti. Lampedusa al confine fra il futuro e il passato, al confine tra le civiltà e l'inciviltà. Una terra in cui arrivano i migranti ma anche i corpi di decine e centinaia di persone che non ce l'hanno fatta. Una sorta di discrimine fra il rispetto dei diritti umani e il calpestarli in maniera brutale. Lampedusa come luogo a metà strada tra la decadenza e la grande cultura Europea. Come se su questo nome, su questa terra dovessero oggi confluire gli interrogativi sul futuro dell'Occidente. Maylis de Kerangal scrive così un vibrante omaggio a Lampedusa e girovagando tra il cinema, la letteratura, i ricordi cerca di capire fino a che punto sia giunta la decadenza dell’Occidente, fino a che punto si può onestamente accettare che tutto si trasformi e niente muti. Lampedusa diviene così il simbolo di un mondo ormai in decadenza, quello della cultura occidentale, alle prese con un futuro pieno di nebbia, di cui non si riescono a definire limiti e contorni. Unico, drammatico sospetto, è che in questo nuovo luogo i diritti umani rischiano di non essere più il fondamento del pensiero europeo ma qualcosa da cui difendersi e fuggire.

Della stessa autrice la recensione di "Nascita di un ponte"

Recensione - Una storia quasi perfetta - Mariapia Veladiano

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Recensione - Una storia quasi perfetta - Mariapia Veladiano
Il nuovo romanzo di Maria Pia Veladiano “Una storia quasi perfetta”, Guanda Editore è una storia d'amore. O, meglio, una storia di “quasi” amore, una storia di un primo incontro che sembra felice, oppure quasi felice. Una storia fra due persone che vivono nel mondo del design e della moda e che cercano di fondere i propri interessi lavorativi con una storia privata forte e intensa. Ma vi è, nella storia della Veladiano, quello che è il marchio di tante storie d'amore: avere il “cuore in inverno” ovvero l'incapacità da parte di uno dei due innamorati/amanti di sciogliersi, di poter accogliere completamente l'altro. C’è in questa incapacità, in questo avere il “cuore in inverno” la chiave di volta per capire la storia che coinvolge i due protagonisti: da un lato “lui” un industriale di successo che colleziona donne come colleziona trionfi di produttivi e commerciali, dall'altro “lei” che cerca di coniugare la sua creatività sul lavoro con una storia d'amore complessa dove, ovviamente, l'arte e la creatività hanno una grande influenza. Alla fine, purtroppo, l'amore non vincerà e non vi è però in questa sconfitta solamente la sconfitta di una storia, la sconfitta di una relazione, ma la sconfitta di un modo con cui ci si approccia alla vita, con cui ci si approccia all'amore. Un libro che si legge come un bicchiere d'acqua fresca in un giorno caldo di agosto, un libro che ti incuriosisce, che ti tiene, un fondale perfetto per farti riflettere e pensare a ciò che è stata la tua vita, a ciò che è oggi e a ciò che potrebbe essere domani.

Recensione - Le donne della Principal - Lluis Llach

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Recensione - Le donne della Principal - Lluis Llach
A più di 40 anni dalla morte di Francisco Franco la Spagna continua a ripensare al passato e a raccontarlo con l’attenzione che si deve sempre al passato, quale che esso sia. E, se in televisione spopolano serie televisive come “Velvet” che, appunto, vanno a ricostruire la Spagna del secolo scorso con i suoi costumi, le sue ambiguità , le sue innumerevoli contraddizioni anche nella letteratura la Spagna di un recente passato viene ad essere raccontata e, se necessario criticata, quasi sempre comunque analizzata. E’ il caso di un giallo che Marsilio pubblica in questi giorni il cui titolo “Le donne della Principal” vuole essere un omaggio a tre generazioni di donne, tutte con lo stesso nome: Maria, che hanno governato una delle più importanti aziende agricole e vinicole della Abbadia dagli albori del secolo scorso fino ai giorni nostri.Una storia affascinante che viene a toccare tradizioni, odi familiari, amori,mutamenti di costumi e di ruoli e che si intreccia con un omicidio efferato ed impunito che a pochi mesi dalla vittoria del franchismo era avvenuto proprio davanti all'ingresso della Principal. Un bel libro scritto da Lluis Llach e che va a raccontare la storia di cent'anni di Spagna e di come la Spagna sia cambiata dalla fine dell'Ottocento, per passare attraverso il franchismo e poi arrivare alla libertà, e nello stesso tempo come la storia di questa famiglia si intrecci con omicidio insoluto verso il quale tutto va a congiungersi ed ad allontanarsi, quasi a dimostrazione che tutto si tiene e tutto si scioglie in un mondo in continua evoluzione. Un libro interessante, non tanto e non solo dunque per la trama thriller di un assassinio che diventa cold case e viene poi finalmente risolto molti, molti anni dopo, ma anche per l'affresco della Spagna che ci viene dato e per questa storia al femminile dove la passione, l'intelligenza, la forza delle donne, non è mai strumentale ma è sempre funzionale a un disegno più ampio che è quello di vivere meglio e di costruire un Paese migliore, sia nel caso in cui le protagoniste credano nella democrazia, come che credano nel franchismo. Perché, senza mettere in discussione le ideologie, la fede o la politica, vi è comunque la volontà di cambiare in meglio la loro condizione e quella del loro paese. Un giallo scritto bene, che appassiona e che consiglio . Le donne della Principal edito da Marsilio e scritto da Lluis Llach .

Recensione - Il cinghiale che uccise Liberty Valance - Giordano Meacci

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Recensione - Il cinghiale che uccise Liberty Valance - Giordano Meacci

Goffredo Fofi ha definito questo romanzo il più sorprendente romanzo degli ultimi anni. La critica si è sperticata in elogi nei confronti di un romanzo italiano nuovo, intelligente, colto, accattivante e con una lingua affascinante per il pastiche che si muove tra richiami "gaddiani", reminiscenze cinefile, colloquialità quotidiana. Stiamo parlando de “Il cinghiale che ha ucciso Liberty Valance” di Giordano Meacci, Minimum Fax editore. Ambientato in un'immaginaria cittadina posta ai confini tra l'Umbria e la Toscana, nello spazio temporale di fine novecento e inizio nuovo millennio racconta una storia che va a scoprire le debolezze dell'uomo comune collocate in un contesto di quasi eccessiva normalità. Intorno a questo paesino e ai suoi abitanti vive un popolo di cinghiali che, sempre più contaminati dalla realtà umana, ne vengono condizionati tanto che uno di loro riesce a cominciare a pensare come un uomo. E nel cominciare a pensare come un umano inizia dapprima a scoprire l'esistenza della morte e poi a vivere il dibattito che da sempre angoscia e devasta l'uomo: il significato e la forza della vita contrapposti allo spettro della morte. La figura del cinghiale che sempre più interloquisce e interagisce con gli abitanti di quel paesino immaginario viene così ad assumere una dimensione che non è solo poetica, ma anche profondamente umana. A dimostrazione che, talvolta, il modo migliore per raccontare l'uomo è farlo raccontare delle bestie che, con quegli occhi sempre melanconici ed eternamente tristi che hanno coloro i quali non possiedono il dono della ragione, riescono ad intravedere la forza e i limiti dell'essere umano. Al termine della lettura di questo libro non si può non dare ragione a Fofi: un romanzo sorprendente, una prosa affascinante, una storia che ti prende e non ti abbandona mai.

Recensione - La vera Justine - di Stephen Amidon

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Recensione - La vera Justine - di Stephen Amidon
Michael Coolidge nell'ultimo anno ha perso tutto quello che può perdere un uomo: il lavoro, licenziato in tronco dalla società in cui lavorava da molti anni, la moglie che con il figlio lo ha lasciato per andare a vivere con un altro uomo. Nella sua vita grigia e disastrata all'improvviso arriva come un angelo caduto in volo Justine, bella, bionda, occhi cerulei, affascinante. Con lei passa cinque meravigliose giornate che sembrano quasi fargli dimenticare tutto quello che è accaduto nel recente passato. Poi, come era arrivata, Justine sparisce e di lei gli rimangono solamente una fotografia e il ricordo di quei giorni.I mesi passano e non solo Justine non riappare, ma lentamente Coolidge viene a scoprire che Justine non si chiamava così e che tutto quello che lei gli ha raccontato era tendenzialmente falso o addirittura inesistente. Fino a quando….. Inizia così “La vera Justine” di Stephen Amidon un giallo vero con molti colpi di scena, molti intrighi, tanti personaggi, tantissimi eventi. Un giallo intrigante, per certi versi addirittura inquietante, capace di tenere in tensione e attento il lettore fino alla conclusione. Un finale, che qui non vado ovviamente a svelare, ma che nel suo desiderio di tutto spiegare lascia al lettore alcuni dubbi intriganti su quello che potrà succedere in un prossimo, possibile futuro. Quello che però lascia molto perplessi, e anche un gocciolino delusi, è il ricordo de “Il capitale umano” il libro precedente, di Avedon. Un libro denso quello, in cui non vi era solamente la trama complessa e articolata di un giallo borghese, ma anche, e prima di tutto, la descrizione di un meraviglioso spaccato della società americana, della “middle America” con le sue contraddizioni, i suoi pregi, pochi, e i suoi molti difetti. E la realtà difficile e complessa di un confronto generazionale spietato e duro.. “La vera Justine” è invece un giallo semplice, in alcuni passaggi addirittura prevedibile e poco originale e che troppe volte sembra ricordare i tanti thriller che parlano di donne bellissime che affascinano un uomo, lo conquistano e poi scompaiono. Ecco quindi la delusione di chi si aspettava da Avedon non solo un giallo, ma anche una nuova intrigante analisi della società e questa mancanza, anche se non toglie brivido e tensione narrativa, sicuramente fa fare un passo indietro allo scrittore che abbiamo in precedenza molto amato. “La vera Justine“di Stephen Avedon, Mondadori Editore.

Recensione - Il Pozzo - di Catherine Chanter

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Recensione - Il Pozzo - di Catherine Chanter
Un esordio folgorante quello di Catherine Chanter con il suo “Il pozzo”, Marsilio Editori. Una prosa chiarissima che fa piacere leggere per la capacità di descrivere e pennellare i personaggi, gli stati d'animo e i contesti, capace di cogliere sempre l'attimo in cui il personaggio evolve nella narrazione catturando ulteriormente l'interesse del lettore. Un libro capace di fondere in un unico contesto narrativo diversi grandi generi. Quello del giallo psicologico, che si distende per 400 pagine alla ricerca dell'assassino di un bambino di 10 anni il mai troppo amato nipote della protagonista, Ruth. Ma non solo un giallo psicologico, anche la storia di una donna che cerca di dimenticare solitudine e delusioni abbracciando in maniera fideistica e morbosa una religione che le farà progressivamente ottenebrare la mente e la ragione fino a dimenticare il marito, il posto meraviglioso in cui vive, i doveri della vita, le certezze della sua storia e a convincerla di comportamenti e pensieri assurdi e contrari a tutto ciò in cui aveva creduto fino a quel momento. A questo punto la trama: Ruth e Mark vivono in una Londra sempre più grigia e melanconica in cui da ben due anni non piove e dove la siccità sembra volere annunciare per tutta l'Inghilterra un futuro di povertà e disperazione. Il combinato disposto del grigiore metereologico e del grigiore della loro vita li convince a scappare dalla grande città e a trovare rifugio in una meravigliosa e ridente fattoria dove continua a piovere normalmente e tutto è rigoglioso e verde come nei migliori anni della loro vita. Ma quella sorta di paradiso terrestre diventa ben presto una sorta di gabbia, una gabbia tremenda perché da un lato vi è l'invidia e l'odio di coloro i quali, al di fuori di quei confini, vivono il dramma della siccità e della povertà sempre più incipiente e perché coloro che vi abitano, Ruth e Mark, capiscono che quel paradiso terrestre li sta allontanando sempre di più, un allontanamento che sembra divenire definitivo il giorno in cui arrivano a vivere al Pozzo, questo il nome della fattoria, alcune suore portatrici di una religione assolutistica e Lucien , il nipote di Ruth ,viene trovato ucciso.......Giallo, drama, social in una Inghilterra splendidamente raccontata. Un libro che merita di essere letto.

Recensione - Giorni di Fuoco - di Ryan Gattis

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Recensione - Giorni di Fuoco - di Ryan Gattis

La mattina del 29 aprile 1992 il tribunale di Los Angeles assolve i quattro poliziotti accusati di avere selvaggiamente pestato  il tassista afroamericano Rodney King la cui unica colpa era stata quella di non essersi subito fermato ad un alt.Quella sentenza fece da detonatore alle fortissime tensioni razziali esistenti e fino a quel momento tenute sopite, dando il via a 6 giorni di rivolta che sconvolsero la “città degli angeli”. Nella recente memoria americana non si ha ricordo di un qualcosa di così devastante  come quei giorni, durante i quali interi quartieri vennero saccheggiati, centinaia e centinaia di case, uffici, negozi vennero incendiati, decine di persone vennero uccise in maniera spietata. Al raggiungimento di questi dati agghiaccianti non contribui' però solo la rivolta delle minoranze razziali ma anche l'innescarsi di una violenta guerra tra gang decise a sfruttare la rivolta dei ghetti per potere regolare i conti tra di loro di vecchie ruggini e di antichi i torti subiti. Il racconto di quei 6 giorni drammatici e l'insieme di queste violenze sono l'oggetto del romanzo “Giorni di fuoco” di Ryan Gattis, Guanda editore. Usando uno stile che è un corretto mix di Ellroy e di Quentin Tarantino Gattis ci sbatte in faccia una Los Angeles feroce e spietata, priva di valori morali e di regole certe se non quelle della prevaricazione e della violenza. Una Los Angeles narrata come mai prima d'ora, perché non è né la Los Angeles di Hollywood né quella dei detective privati, ne' solamente quella dell'ingiustizia sociale, ma è una città attraversata dall'odio, dall’ira , dal delitto come modo di vivere e da una ferocia che appunto, come dicevamo, ricorda il Tarantino de “Le Iene” e di “Kill Bill”. Un libro scritto senza infingimenti: duro, durissimo e che ci immerge in alcune realtà che molto spesso sono state volutamente ignorate. Un libro quasi a metà strada, tra la letteratura e il cinema perché nella violenza, nei dialoghi, nella forza , e anche nella ironia, del racconto di quei sei giorni si intravede anche la trama della sceneggiatura di un film che potrebbe essere un grande racconto sull'America degli anni novanta, ma .....anche di oggi.

Recensione - Purity - di Jonathan Franzen

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Recensione - Purity - di Jonathan Franzen
Jonathan Franzen è uno dei più significativi ed importanti scrittori americani degli ultimi cento anni. Uno scrittore con una immensa potenza narrativa capace di raccontare la "commedia umana" come nell'ottocento fecero Balzac, Dickens o i Russi, ma, nello stesso tempo, dotato di una fantastica capacità nei dialoghi e nella lingua ,  moderni e brillanti in cui  la forza della grande tradizione letteraria europea si intreccia con l'incisività americana delle serie televisive più moderne. Il suo ultimo libro “Purity”, apparso in queste settimane per Einaudi, è la ennesima dimostrazione della forza e della grandezza di questo scrittore. Ancora una volta la famiglia è al centro del suo racconto. Se in “Correzioni” la famiglia è il moloch oppressivo da cui tre figli cercano inutilmente di fuggire oppressi come sono da un devastante senso di colpa che la loro fuga avrebbe significato per i loro genitori. Se in “Libertà” la famiglia è un qualcosa da cui scappare il prima possibile per cercare altrove la forza e il coraggio di vivere e trovare quella libertà che proprio la famiglia impedisce di avere. In “Purity” la famiglia è invece il sogno a cui arrivare perché la nostra protagonista Pip cerca disperatamente di trovare quel padre e comporre quella famiglia cui, per colpa di una madre single e squinternata, ha dovuto rinunciare. In “Purity” la famiglia non è quindi un moloch oppressivo e non è nemmeno qualcosa che impedisce la libertà ma, anzi, è il punto di arrivo di una ricerca che vede nella famiglia un qualcosa a cui appigliarsi in un mondo in cui tutto sembra disperatamente allo stato liquido, se non gassoso. In questo terzo, suo ultimo romanzo Jonathan Franzen si conferma dunque un grande scrittore e, nello stesso tempo, conferma di essere in grado di fotografare come pochi la società in cui vive, con le sue contraddizioni, i suoi limiti, le sue positività. “Purity” rappresenta anche l’evoluzione narrativa di uno scrittore che in “Correzioni” ha fatto una fotografia della famiglia americana del 900, con “Libertà” ha descritto i limiti del permissivismo tipico delle famiglie post sessanttottine e che in questa ultima fatica fotografa, sempre attraverso la famiglia, i limiti che esistono in una società che sembra aver delegato alle tecnologie il ruolo di grande madre e tutrice del nostro mondo.

Recensione - Il Pazzo dello Zar - di Jaan Kross

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Recensione - Il Pazzo dello Zar - di Jaan Kross
Dopo 9 anni di prigionia nella fortezza di Schlüssenburg il barone Timo von Bock, rappresentante della grande nobiltà estone, torna nei suoi possedimenti, insieme alla moglie e al figlio ed ovviamente circondato e sorvegliato dai servizi segreti dello Zar, per respirare di nuovo l'aria serena della libertà. Ma che cosa ha fatto di così grave e tremendo questo importante esponente della nobiltà estone per essere condannato a vivere 9 anni in un’orrenda prigione? La sola colpa di Timo von Bock è quella di essere un liberale, un uomo non in sintonia con le ideologie dominanti nei suoi anni e nei tempi in cui vive , un uomo che ha deciso di non sposare la principessa che gli era destinata, ma una contadina, figlia del suo fattore. Un latifondista il cui obiettivo politico è quello di liberare servi e domestici e renderli membri con pari diritti della comunità in cui lui e loro vivono. Per Timo la libertà è un principio inalienabile ed indiscutibile e proprio per questo, dato il rapporto strettissimo e profondo che lo lega allo Zar, ha pensato bene di scrivergli una lettera aperta in cui evidenzia gli orrori e le bassezze del regime di cui lo Zar è il massimo esponente. “Il Pazzo dello Zar” è un romanzo storico scritto da Jan Kross tra gli anni 50 e 60 del secolo scorso che partendo da una storia vera è riuscito a romanzare i drammi di quegli anni e di quei tempi per raccontare il conflitto eterno tra la libertà e la tirannia, tra l'oppressione e la voglia di un mondo migliore. E se, nell'Ottocento, la vittima della tirannia e dell'oppressione è un ricco barone come Bock che lo Zar e il potere zarista decidono di reprimere, se non di sopprimere, negli anni ’60 sarà un intellettuale come Jan Kross, il nostro scrittore, ad essere per ben sei anni imprigionato dall’Unione Sovietica perché voleva, anche in quegli anni così lontani da quegli zaristi e così vicini ai nostri, riaffermare il principio della libertà del popolo estone nei confronti dell'oppressione comunista. Ecco quindi che questo romanzo storico vuole essere la storia sempre eguale del rapporto tra l'intellettuale e il potere, tra il desiderio di un mondo migliore e la Realpolitik, che è la grande scommessa dell'uomo e del suo " fatti non fummo a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Quel romanzo storico che ha avuto in “Guerra e Pace” la sua massima espressione e che trova nel “ Pazzo dello Zar” un’altra grande metafora della storia e “dell'eterno ritorno” - come avrebbe detto Nietzsche - di quello che accade all'uomo .

Recensione - Mrs Bridge - di Evan Connell

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Recensione - Mrs Bridge - di Evan Connell
Tutto nella sua vita è stato deciso dagli altri a cominciare, ovviamente ,  dal nome, un nome quantomeno strano se non imbarazzante,  per la figlia di una famiglia borghese del Kansas nell'America dell'immediato post prima guerra mondiale : India. Anche il marito è stato scelto dalla sorte; la sorte che ti fa incontrare lui e solo lui in quel momento della propria vita quando o ci si sposa o non ci si sposa più. E  così India era diventata la signora Bridge. Perfino le amiche le erano state imposte dal contesto: le vicine di casa, quelle che frequentavano lo stesso club, oppure appartenevano a quel ristretto cerchio di mogli di colleghi del marito.Tutte le volte in cui c'era qualcosa che lei sceglieva in autonomia, per esempio imparare lo spagnolo o andare a lezione di golf,c'era sempre qualcosa di più urgente o importante , e che dipendeva sempre dagli altri, in primis i figli o il marito, che le faceva abbandonare in breve tempo, quel suo desiderio di indipendenza. Questa è la trama, leggera, sottile, quasi inesistente di Mrs Bridge un romanzo americano degli anni 60 firmato da uno scrittore di talento come Evan Connell,  che vuole raccontare la storia di una donna borghese, una persona come tante , non famosa, anzi decisamente sconosciuta al portalettere e che non ha saputo, voluto, creduto, di poter avere una vita propria. Una vita raccontata per episodi brevi, molto spesso marginali per la vita di una persona, talvolta così anonimi da sembrare inesistenti ( lo shopping, l'educazione dei figli, i te con le amiche, i difficili rapporti con le domestiche),ma che soli sembrano potere narrare il grigiore di una quotidianità pervasa dalla sensazione del vuoto. Nella quarta di copertina il redattore di Einaudi ci rimanda a un altro fantastico romanzo che racconta la vita di persone comuni Stoner di John Williams. Un rinvio forse condivisibile solo per l'aspetto che sia Stoner che mrs. Bridge non appartengono alla storia, quella con la esse maiuscola. Vi è, però, una grande differenza. Stoner racconta la vita di un uomo che cerca sempre di affrontare le vicende della propria vita e di fare delle scelte - anche dolorose - in prima persona, mai demandando agli altri il compito di dettare l'agenda della sua vita.Mentre in Mrs Bridge c'è la storia di una donna che non  è  in grado di scegliere da sola mai. Un libro da leggere con piacer e da cui più di 25 anni fa Ivory trasse un bellissimo film il cui titolo Mister e Mrs Bridge ancora oggi  fa venire alla memoria i volti dei due bellissimi protagonisti, marito e moglie nel film e nella vita: Paul Newman e Joanne Woodward.

Recensione "Duffy" di Dan Kavanagh

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Recensione "Duffy" di Dan Kavanagh
Prima di essere il raffinato cantore di Flaubert e del suo pappagallo, prima di raccontare in un libro memorabile la morte della moglie, Julian Barnes è stato uno scrittore di gialli e come Sergio Leone si nascose dietro il nome di Bob Robertson nel momento in cui firmò la regia di “Per un pugno di dollari” nella stessa maniera Julian Barnes si nasconde dietro il nome di Dan Kavanagh quando, nei primissimi anni 80, è un brillante scrittore di gialli. Che tipi di gialli? Sicuramente pieni del classico humour british, con un tipo di racconto che si colloca a metà strada tra l’Hard Boiled di Los Angeles e la raffinata analisi psicologica di Hercule Poirot e appartenenti a quel filone di narrativa popolare che ha fatto del "giallo" il genere principe della editoria, se non della stessa cultura letteraria di un Paese. “Duffy“ di Dan Kavanagh è la storia di un ricco imprenditore londinese ricattato da una banda che trova nel quartiere di Soho e nel suo sistema malavitoso basato su sesso, violenza, droga e ricatti il suo humus vitale. E Duffy è l'investigatore che,reduce da 1000 scommesse perdute e dall'essere uscito con disonore dalla Polizia , cui peraltro, seppure in modo ambiguo rimane legato, tenterà di bloccare il ricatto e nel contempo salvare la vita al suo cliente e a se stesso. Ma “Duffy” si deve ricordare per il modo in cui viene descritta Londra e i malviventi, a metà strada tra la mafia e le gang di serie B , che ne infestano le strade all'inizio degli anni 50. Ma il personaggio più affascinante è sicuramente Duffy, l'investigatore privato da un’incerta sessualità oppresso dai molti debiti e dagli altrettanto numerosi scheletri nell'armadio che lo gravano, ma che troverà una verve e una voglia di fare che lo consegnerà felicemente alla storia del poliziesco contemporaneo. Un noir che sembra essere nella migliore tradizione dei “Gialli” Mondadori, quelli che compravamo quando eravamo ragazzi all'edicola delle stazioni ferroviarie in partenza per il mare, ma che, nello stesso tempo ha il guizzo e la grinta del grande scrittore. E per questo merita sicuramente di dedicargli qualche ora di lettura appassionata, in un fine settimana tra la visione di una partita di campionato ed un'altra. Dan Kavanagh Duffy - Einaudi Editore.

Recensione - Nascita di un ponte - di Maylis de Kerangal

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Recensione - Nascita di un ponte - di Maylis de Kerangal
In California, ai giorni d'oggi, ai confini tra la giungla e la contemporaneità, in una immaginaria ma importante cittadina, arriva, a sconvolgere la vita di tutti i giorni, la decisione di costruire un ponte. Un ponte modernissimo,opera di una famosa archistar e che deve congiungere la cittadina immaginaria con i più importanti mercati del resto del mondo. Con l'avvio dei lavori per la costruzione del nuovo ponte arriva in città una miriade di persone che porteranno, insieme alle loro capacità professionali e tecniche, anche le proprie storie private, i propri problemi, i propri sogni, le proprie nevrosi, in un intrecciarsi nuovo e affascinante di capacità lavorative e vita quotidiana. Ma il fascino di questo libro di Maylis de Kerangal “Nascita di un ponte” non è tanto la ricostruzione delle vicende umane o delle lotte che, come sempre, sorgono quando siamo di fronte ad una grande impresa come questa . La forza di questo libro è quella di un linguaggio meraviglioso, quasi maieutico, un linguaggio tutto a sottrarre che invece di descrivere minuziosamente sensazioni, umori, stati d'animo, lavori complessi, sfide umane e tecnologiche vuole portare il lettore , partendo dalla pagina scritta, a immaginare. Una lingua meravigliosa quindi che è difficile trovare in altri scrittori contemporanei, una lingua che è il vero fascino di questo libro e che lo fa consigliare con grande calore : Maylis de Kerangal “Nascita di un ponte” Feltrinelli Editore.

Recensione - Morire in primavera - di Ralf Rothmann

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Recensione - Morire in primavera - di Ralf Rothmann

Walter e Fiete hanno appena 17 anni nel marzo del 1945, vivono nella Germania del Nord e fanno come mestiere quello di mungitori. Nelle loro prospettive di vita la guerra è il contesto in cui vivono, il dramma quotidiano della mancanza di cibo, dei bombardamenti, di case che crollano. Mai si sarebbero potuti immaginare che, a quell'età, il Reich li avrebbe fatti arruolare e mandati al fronte perché ritenuti indispensabili a  quella vittoria finale in cui Hitler credeva ancora. Walter e Fiete  vengono così mandati in Ungheria dove uno viene mandato al fronte, alla guerra quotidiana, l'altro, più modestamente, e più fortunatamente,  viene incaricato di guidare dei camion. Inizia così, negli ultimi due mesi di guerra della Germania nazista, il dramma di due ragazzi  per i quali la guerra non doveva esistere e per i quali l'unico interesse era il desiderio di una vita normale;  una ragazza con cui stare insieme, una prospettiva di vita, una famiglia da creare. L’orrore della guerra li coinvolge e porta uno a cercare la fuga dalla battaglia che una volta fallita lo porterà davanti al plotone d'esecuzione e gli farà trovare la morte,  l'altro, disperatamente, cercherà di sopravvivere e ci riuscirà. Gli sembrerà quasi un sogno quando, tornato da reduce nel paese natio, ritrova il sorriso di una ragazza, l'amore, la voglia di vivere ancora. Per la critica  tedesca “Morire in primavera” di Rolf Rothmann è il momento del passaggio definitivo della letteratura tedesca al dopo Gunther Grass, per chi ha letto questo libro rimane il ricordo di  una prosa piana e sempre attenta, che non cerca mai l'effetto a sorpresa o l’effetto speciale, ma rimane anche la consapevolezza che il pacifismo era un qualcosa che esisteva anche in quella Germania,  in quei ragazzi che solo la  follia nazista aveva portato al fronte. L'insegnamento più importante che. questo libro ci dà è la consapevolezza che solamente analizzando e ricordando il passato si può accettare l'oggi e viverlo al meglio. “Morire in primavera” di Rolf Rothmann, Neri Pozza editore.

Recensione - Piccoli colpi di fortuna - di Claudia Pineiro

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Recensione - Piccoli colpi di fortuna - di Claudia Pineiro

Prima di parlare del libro di oggi vorrei, contrariamente alle mie abitudini, sconsigliare l'acquisto e la lettura di un libro. Un appello questo rivolto in particolar modo a quei tanti che, come me, hanno amato “La melodia di Vienna” di Ernst Lothar. “Sotto un sole diverso” dello stesso autore ed uscito in questo i giorni per E/O Edizioni è da evitare, proprio perché è giusto che di questo scrittore austriaco rimanga il ricordo di quel meraviglioso libro. Un ricordo che non deve essere offuscato da un libro come questo, scritto male forse tradotto peggio, e che, comunque, è un insieme di luoghi comuni, battute scioviniste e brutte cartoline.

La protagonista di “Piccoli colpi di fortuna” l’ ultimo libro di Claudia Piñeiro, si chiama Marilè, Mary, Mary Ellen. Tre nomi per ricordare le sue tre vite e evidenziare che è, ovviamente, una donna fratta e, soprattutto, che è una donna che ha subito un danno,ma, come sostiene Robert, l'uomo che prima l'ha fatta convivere col dolore e poi le ha fatto ritrovare il senso della vita, un danno si può riparare. E l'ultimo regalo di Robert arriva dopo la sua morte ed ha l'obiettivo di riparare definitivamente quel danno.

E per questo la rimanda per motivi di lavoro a Buenos Aires lì dov'era nata e da dove vent'anni prima era scappata a seguito di una tragedia orrenda di cui era stata la colpevole protagonista. Una storia commovente e che non ti lascia mai, che oscilla tra il suspense e la continua ricerca ,più intima, del senso della vita, della solitudine, dell'allontanamento, del ritrovare se stessi e quel qualcosa che si era molto amato,ma che si era dovuto lasciare. “Piccoli colpi di fortuna” di Claudia Piñeiro, il romanzo forse più riuscito della grande scrittrice argentina.
no
Carlo Macchitella è stato per trent’anni dirigente in Rai, ha ricoperto la carica di Direttore Generale di Rai Cinema e presidente di 01 Distribuzione alla cui ideazione, progettazione ed organizzazione ha partecipato in prima persona, e’ stato inoltre Consigliere di Amministrazione di Cinecittà e dell’Istituto Luce. Dal 2008 svolge attività di produttore indipendente. Tra i film da lui prodotti ricordiamo “La Pecora Nera” di e con Ascanio Celestini, in concorso al Festival di Venezia 2010, “Passione” di e con John Turturro, evento speciale al Festival di Venezia 2010. Ha svolto importante attività di pubblicista e fra i suoi ultimi libri ricordiamo “Nuovo cinema Italia” e “I mille Volti del Sogno”. [Carlo Macchitella] (http://www.madeleinefilm.com/wp-content/uploads/2013/staff/carlo_macchitella.jpg)